Come migliorare il proprio stile di Comunicazione
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Come migliorare il proprio stile di Comunicazione

Giuliana Proietti Articoli

La comunicazione è una componente essenziale della nostra vita quotidiana:  interagiamo infatti ogni giorno con amici, familiari, colleghi di lavoro, o persone sconosciute. In ciascuno di questi casi, avere un buono stile di comunicazione può fare la differenza tra un’interazione positiva e una che porta a fraintendimenti o tensioni. Avere un buon stile di comunicazione può essere di grande aiuto soprattutto per superare i momenti di difficoltà (conflittualità, imbarazzo, ecc.) nelle relazioni sociali.

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Ecco dunque qualche suggerimento pratico per migliorare il proprio stile di comunicazione:

Ascolto attivo: In primis, saper ascoltare gli altri. Uno dei pilastri fondamentali della comunicazione efficace è l’ascolto attivo. Questo significa saper prestare attenzione a ciò che l’altra persona sta dicendo, evitando di fare quello che la maggior parte delle persone fa, sbagliando: pensare a cosa dire successivamente.

E’ una buona cosa porre domande di approfondimento per chiarire i punti che non si sono compresi completamente, ed evitare di riportare il discorso su se stessi, sulle proprie opinioni e le proprie esperienze. L’ascolto attivo dimostra rispetto per l’interlocutore e mostra all’altro che si è realmente interessati a quanto sta dicendo.

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Chiarezza e Brevità dei discorsi: Evitare l’ambiguità e la confusione cercando di comunicare sempre in modo chiaro e conciso.

E’ consigliabile organizzare i propri discorsi prima di parlare con l’interlocutore e scegliere sempre le parole con cura. Evitare di usare espressioni gergali o tecnicismi con chi potrebbe non essere familiare con determinati argomenti. Lo scopo principale della comunicazione non è fare bella figura, ma farsi comprendere!


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Adattare il proprio messaggio all’interlocutore: Se si sta comunicando con qualcuno che non è esperto in un determinato argomento, è buona cosa semplificare i concetti più complessi e usare esempi concreti per spiegare meglio quanto si sta dicendo.

Mantenere la consapevolezza sul proprio linguaggio non verbale: La comunicazione non verbale svolge un ruolo importante nella trasmissione, anche involontaria, dei propri messaggi. Fare attenzione alla propria espressione facciale, al contatto visivo, alla postura e ai gesti. Assicurarsi che il linguaggio non verbale sia coerente con ciò che si sta dicendo, in modo da non creare fraintendimenti.

Prestare attenzione ai segnali non verbali dell’altro/a: A volte ci concentriamo su quello che una persona sta dicendo, ma non facciamo attenzione a ciò che invece questa persona comunica col corpo: le sue espressioni, le sue posture, la distanza che tiene da noi, il modo di guardarci o di darci la mano, possono invece integrare in modo mirabile i contenuti dei messaggi che l’interlocutore sta inviando.

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Notare gli eventuali comportamenti ‘incongruenti’: E’ molto importante riuscire a capire se una persona è veramente sincera con noi: per farlo occorre imparare a guardare se c’è similitudine fra il suo linguaggio verbale e quello gestuale. Esempio: si dice tranquilla e invece mostra chiari segnali di ansia: in questo caso il linguaggio non verbale è sicuramente più affidabile di quello verbale.

Concentrarsi sul tono della voce. Anche il tono di voce dice molto sulla persona che parla. Ad esempio, nei momenti di difficoltà, questo si abbassa o si alza notevolmente, e queste sono indicazioni utili per comprendere qualcosa di più su come chi parla si rapporta a ciò che dice. Occorre dunque concentrarsi sul proprio tono di voce, imparando ad esempio a scandire bene le parole e ad esprimerle in tono più alto, ma anche notare il tono della voce degli altri, per dedurne lo stato emotivo.

Usare il contatto oculare. Guardare una persona insistentemente negli occhi è un modo per rendersi antipatici, o per farle capire che abbiamo un particolare interesse per lei. Nelle situazioni normali è bene guardare sempre l’interlocutore negli occhi, distraendosene solo per pause della durata di quattro-cinque secondi e non di più. Anche questo ha lo scopo di mostrare interesse e attenzione.

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Evitare le distrazioni: Quando si sta comunicando con qualcuno, mettere da parte le distrazioni come il telefono o altre attività che possano interrompere il flusso della conversazione. Mostrare rispetto all’altro/a e dedicare piena attenzione per tutta la durata della conversazione.

Sviluppare empatia: Cercare di mettersi nei panni dell’interlocutore e di comprendere le sue opinioni e i suoi sentimenti. L’empatia aiuta a comunicare in modo più efficace, rispondendo alle esigenze e alle preoccupazioni degli altri in modo sensibile e rispettoso.

Fare uso dell’umorismo: L’umorismo può essere un ottimo strumento per creare legami sociali e alleggerire l’atmosfera durante una conversazione, specie se conflittuale. E’ bene tuttavia usare l’umorismo in modo appropriato, facendo attenzione a non esagerare con l’ironia o il sarcasmo.

Considerare sempre il contesto: In alcune situazioni è necessario essere formali, in altre ci si può permettere di essere più spontanei: è bene che i comportamenti siano sempre adeguati al contesto. Esempio: è fuori luogo fare battute sul disordine nella scrivania della persona che ci sta facendo un colloquio di lavoro! Un’eccessiva rigidità, d’altra parte, non giova: occorre saper capire quando ci si può permettere di accorciare le distanze con l’interlocutore e quando no.

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Fare pratica, tanta pratica: Per imparare a gestire bene la propria comunicazione servono sicuramente queste nozioni teoriche che abbiamo fin qui brevemente delineato, ma soprattutto occorre sperimentare sul campo: se si vuole davvero migliorare, ogni occasione di incontro sociale deve essere vista come quella giusta per migliorare l’approccio e per acquisire quelle abilità sociali che poi, con il tempo, a forza di praticarle, diventeranno abitudini.

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Zoofilia
La zoofilia: indicazioni terapeutiche

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Cosa significa zoofilia?

Il termine zoofilia (dal greco antico: ζῴoν, zôon, «animale» e -φιλία, -philia, «”amicizia”, “propensione”, “amore”») può riferirsi al sentimento o atteggiamento di affetto e protezione verso gli animali, ma in psicopatologia viene spesso usato come sinonimo di zooerastia (dal greco antico ζῴoν, zôon, «animale» e ἐραστεύω, erasteúō, «provare amore o desiderio»), o bestialità, per indicare la preferenza sessuale che porta ad avere rapporti sessuali con animali non umani.

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Da quanto tempo gli umani si accoppiano con animali?

Gli esseri umani hanno fatto sesso con gli animali sin dalla prima storia documentata. Le pitture rupestri da 15.000 a 20.000 anni fa lo dimostrano e si ipotizza che si trattasse di contatti ammessi dalla società. La bestialità era presente anche nella mitologia greca, con il dio greco Zeus che scendeva dal Monte Olimpo e si presentava in forma animale, accoppiandosi con gli umani. Pan, un’altra figura mitologica, era un satiro – mezzo capro, mezzo umano – che si pensava fosse nato da questo genere di accoppiamento.

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Quanto è diffusa la zoofilia?

Secondo lo studio di Kinsey, Pomeroy e Martin (1948) sui comportamenti sessuali di 5.300 uomini americani, un uomo su 13 circa aveva contatti sessuali con gli animali. Gli autori hanno riferito che il contatto sessuale con gli animali era limitato agli adolescenti e ai giovani,  in gran parte residenti in campagna, a contatto con gli animali.

Kinsey et al. (1948) riportarono, tuttavia, che nel loro campione c’erano anche uomini sulla cinquantina che avevano rapporti con animali e avevano un caso di un uomo che aveva più di 80 anni.

Lo studio di Kinsey, Pomeroy, Martin e Gebhard (1953) sui comportamenti sessuali di 5.792 donne americane rivelò che anche le donne praticavano la bestialità. Circa il 5% delle donne nel campione riferì di aver avuto contatti sessuali con animali, ma solo l’1,2% aveva avuto ripetuti contatti genitali, sesso orale o rapporti con animali. In circa la metà dei casi, il contatto con gli animali si era limitato ad una singola esperienza.

Un altro studio che fornisce un’idea sui tassi di prevalenza della bestialità è lo studio Hunt (1974), che ha analizzato i dati di questionari informativi sul sesso compilati da 982 uomini e 1.044 donne. I dati del sondaggio di Hunt indicano tuttavia un netto calo dei tassi di bestialità, rispetto agli studi precedenti, con una incidenza del 4,9% per gli uomini e dell’1,9% per le donne.

Come viene classificata la zoofilia?

La zoofilia è stata elencata per la prima volta come parafilia nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, 3a edizione (DSM-III) (American Psychological Association, 1980). Secondo il comitato diagnostico che lavorò sulla zoofilia per il DSM-III-R  “la zoofilia non è praticamente mai un problema clinicamente significativo di per sé” (APA, 1987). Per questo è stata omessa come diagnosi formale ed è stata aggiunta nella categoria diagnostica della “parafilia non altrimenti specificata”.

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Quale studioso si è dedicato in particolare a questo argomento di studio?

E’ stato lo psicoterapeuta Hani Miletski, PhD, di Bethesda, nel Maryland, il quale ha studiato 82 uomini e 11 donne identificatisi online come zoofili; la metà di loro erano laureati e il 26% degli uomini e il 9% delle donne erano sposati.

Quali sono le caratteristiche di personalità dello zoofilo?

In genere si tratta di persone con scarse abilità sociali, difficoltà sessuali e ‘timidezza’.

Ci si è mai posti domande sul “consenso” da parte degli animali?

Certamente. La questione etica è un’area molto interessante, ma purtroppo, per quanto riguarda il consenso degli animali, non c’è modo di confermare ciò che essi davvero vogliano in una data situazione.

Lo zoofilo prova sensi di colpa verso gli animali?

Per la maggior parte degli zoofili, la consapevolezza iniziale di essere attratti dagli animali è egodistonica. Provano vergogna e senso di colpa e soffrono molto per la loro incapacità di fermarsi. Marshall (1972) aggiunge che spesso i forti sensi di colpa vissuti dagli zoofili siano accompagnati da manifestazioni psicosomatiche che si sviluppano negli anni successivi.

Una delle scoperte sorprendenti di uno studio di Miletski è stata tuttavia che gli zoofili non avevano intenzione di smettere di fare sesso con gli animali. Le ragioni dei partecipanti erano concentrate sul voler essere fedeli a se stessi e godersi il sesso (e la relazione) con l’animale.

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Con quali animali si tende a fare sesso?

Lo studio di Miletski  ha rivelato che il partner sessuale animale più popolare per gli uomini (74 = 90%) e per le donne (11 = 100%) era un cane maschio.
Il secondo animale più popolare per gli uomini (59=72%) e le donne (8=73%) era un cane femmina.
Il terzo partner animale più popolare segnalato dagli uomini (44 = 54%) e dalle donne (6 = 55%) erano equini maschi.
Gli uomini hanno segnalato equini femmine (43 = 52%) come il loro successivo partner sessuale animale più popolare, mentre le donne hanno riferito di felini maschi (3 = 27%).

Quali tipi di rapporti sessuali si hanno con gli animali?

Quando si trattava di animali maschi, gli uomini hanno riferito di masturbare l’animale (52= 64%), eseguire fellatio sull’animale (33= 42%) e sottoporsi a rapporti anali eseguiti dall’animale (27= 34%).

Le donne hanno riferito di masturbare l’animale maschio (7 = 64%), di farsi fare il cunnilingus dall’animale (6 = 55%), di avere rapporti vaginali-penieni con l’animale (6 = 55%) e di eseguire fellatio sull’animale (5 = 45%).

Per quanto riguarda gli animali femmine, gli uomini hanno riferito di avere rapporti vaginali-penieni con l’animale (45 = 55%), di masturbare l’animale (31 = 38%) e di eseguire cunnilingus sull’animale (27 = 34%). Le donne hanno riferito di aver fatto eseguire il cunnilingus all’animale femmina (4 = 36%).

L’ottantatre percento degli uomini dello studio faceva attualmente sesso con animali a un ritmo di circa 3 volte a settimana in media, ma questo variava da una volta all’anno a tre volte al giorno.

In letteratura si conoscono casi clinici di zoofilia ben documentati?

Si, ad esempio c’è il caso del signor C, un uomo bianco divorziato sulla trentina. Uomo molto religioso, attivo in chiesa e nel suo gruppo sociale, il signor C si lamentava della sua incapacità di resistere a fare sesso con i cani. Non possedendo un cane, usciva la sera, si spogliava e faceva sesso con i cani del vicinato. Lo conoscevano tutti e, alla sua vista, si eccitavano sessualmente e lo montavano. Alcune notti si sottometteva a dozzine di cani maschi. Durante il giorno, il signor C cacciava via i cani quando si avvicinavano a lui, temendo che rivelassero il suo segreto davanti alla gente. A volte, ha riferito, i cani iniziavano a montarlo in presenza di persone, trasformando l’incontro in una situazione molto imbarazzante. Il signor C viveva con l’anziana madre e la figlia adolescente. Trascorreva la maggior parte del suo tempo in chiesa, insegnando e aiutando i bisognosi.

In psicoterapia, il signor C riferì di aver goduto delle sensazioni fisiche di un cane che gli penetrava l’ano (a volte fino all’orgasmo senza doversi toccare). Gli piaceva anche compiacere i cani e sentire che lo desideravano. Eppure il suo piacere e i suoi comportamenti erano egodistonici ed era tormentato dai suoi stessi comportamenti e dalla paura di essere “scoperto”.

Per quanto riguarda il trattamento, gli anti-androgeni non erano un’opzione per lui perché stava già assumendo ormoni per altri disturbi. I farmaci antidepressivi non erano stati efficaci. La terapia orientata all’insight, la formazione sull’assertività sociale e l’educazione sessuale non avevano fatto nulla per diminuire il suo desiderio verso i cani.

A questo punto il terapeuta ha cercato di aiutare il signor C non a fermare la sua bestialità, ma piuttosto a esplorare i significati insiti nei suoi comportamenti. Con il progredire della terapia, il signor C si è reso conto che i suoi comportamenti sessuali con i cani avevano più a che fare con i suoi sentimenti nei loro confronti che con il sesso. Alla fine, il signor C ha potuto ammettere di amare uno dei cani del suo quartiere e di desiderare “fare l’amore” solo con lui. Questa presa di coscienza ha contribuito a ridurre l’ansia e i sensi di colpa del signor C. Quando quel cane morì il signor C si prese un cucciolo. Aspettò che il cucciolo maturasse prima di fare qualsiasi avance sessuale nei suoi confronti, ma quando si accorse che il suo cane non era interessato a fare sesso con lui, il signor C perse interesse a fare sesso con i cani.

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Come viene normata la zoofilia?

La zoofilia è illegale in molti paesi. In Italia non esistono leggi specifiche, ma nel 2012 la Corte suprema di cassazione si è espressa considerando l’avere atti sessuali con un animale come reato di maltrattamento di animali. Il reato è punito con la reclusione da 3 mesi a 18 mesi o con una multa da 5 000 a 30 000 euro (la pena è aumentata della metà se dai fatti deriva la morte dell’animale). Non esistono tuttavia norme italiane che puniscano la visione e/o il possesso di materiale zoopornografico.

Quanto è forte la disapprovazione sociale?

La disapprovazione sociale è molto dura e gli zoofili possono essere ridicolizzati, attaccati verbalmente e fisicamente e le loro carriere e relazioni distrutte (Miletski, 2000). Per questo motivo gli zoofili non rivelano facilmente il loro vero io a nessuno, a meno che non sentano di potersi fidare: undici dei 21 uomini che hanno raccontato ai loro psicoterapeuti di aver fatto sesso con animali hanno riferito di aver avuto reazioni negative. Ad esempio, uno dei terapeuti pensava che il suo cliente stesse scherzando e si mise a ridere. Un altro non sapeva cosa fosse uno zoofilo, un altro aveva cercato di costringere il suo cliente a smettere.

Quanto è comune il tentativo di suicidio fra gli zoofili?

La vita di questi soggetti è una vita di segretezza e paura, che può portare a isolamento, ansia, depressione e tentativi di suicidio. Diciotto uomini (22%) e una donna nello studio di Miletski hanno riferito di aver tentato il suicidio. Le loro ragioni erano le seguenti: “depressione”, “isolamento”, “sentirsi non amati”, “bassa autostima”, “rabbia”, “stress” e, “sensazione di essere un mostro”.

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Da cosa può dipendere la zoofilia?

Molti dei partecipanti allo studio citato hanno riferito di aver subito abusi durante l’infanzia. Il 44% degli uomini e il 45% delle donne hanno riferito di abusi psicologici e il 20% degli uomini e il 27% delle donne hanno riferito di abusi fisici. Per la domanda sull’abuso sessuale, Miletski ha utilizzato l’ampia definizione di abuso sessuale infantile (impegnarsi in qualsiasi comportamento sessuale o essere sottoposto da bambino a un comportamento sessuale con o da parte di una persona che ha almeno 5 anni in più del bambino) e ha posto ai partecipanti varie domande che hanno portato a più rivelazioni di episodi di abuso sessuale infantile di quanto riportato: 40% per gli uomini e 36% per le donne. Sulla base di questi risultati, il consiglio terapeutico è quello di esplorare la vittimizzazione infantile di un cliente zoofilo e lavorarci sopra.

Che relazione hanno gli zoofili con gli animali?

Molti zoofili trattano i loro animali come partner sessuali, alcuni addirittura come coniugi. Poiché l’aspettativa di vita degli animali è molto più breve di quella umana, gli zoofili tendono a piangere la morte di diversi amanti per tutta la vita. Perdere un animale domestico è già abbastanza difficile e quando l’animale era un amante, il dolore è molto più profondo e più forte. Inoltre, quando gli zoofili non possono esprimere l’entità del loro dolore – poiché nessuno conosce la vera natura della loro relazione con l’animale deceduto – l’esperienza può diventare devastante (Miletski, 2000).

Matthews (1994) riferisce che ci sono alcuni zoofili che sentono che il loro “vero spirito” sia animale e che i loro corpi umani siano quindi inappropriati (“Mi sento attratto dai cani. Rottweiler sopra tutte le altre razze. È come se fossi un Rottweiler, ma ho il corpo di un essere umano.”) Matthews suggerisce che questi zoofili siano in qualche modo simili ai transessuali, che sentono che i loro genitali non corrispondono alla loro identità di genere. Usa il termine disforia di specie per descrivere questa particolare situazione.

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Quali trattamenti sono stati utilizzati per questi soggetti?

Krafft-Ebing (1935) istruì un uomo di 47 anni sullo “stare in guardia contro la masturbazione e la bestialità e cercare di più la compagnia delle donne.” Aveva inoltre “prescritto anafrodisiaci, consigliato frugalità, leggera idroterapia, molto esercizio all’aria aperta, e occupazione stabile”

Cerrone (1991) ha suggerito un trattamento per la zoofilia che consiste in terapia familiare, training di assertività sociale ed educazione sessuale. Quest’ultimo è previsto per ridurre i “pensieri errati sul sesso dei clienti e per educarli alle norme dello sviluppo sessuale”.

McNally e Lukach (1994) trattarono un uomo di 33 anni, bianco, leggermente ritardato mentalmente che si masturbava compulsivamente di fronte a cani di grossa taglia, e spesso li persuadeva a leccargli il pene dopo che aveva eiaculato. Le fantasie sessuali del paziente riguardavano esclusivamente attività esibizionistiche davanti ai cani. Gli autori hanno offerto a questo paziente un programma di trattamento comportamentale di 6 mesi composto da sazietà masturbatoria, sensibilizzazione nascosta, e procedure di controllo dello stimolo. Gli autori riferiscono che al termine il paziente non era più eccitato sessualmente dai cani e le sue fantasie masturbatorie riguardavano solamente l’attività sessuale con le donne.

Secondo quanto riferito, altri psicoterapeuti hanno cercato di costringere i loro clienti zoofili a smettere di fare sesso con gli animali. I clienti sono stati “rinchiusi” in istituti psichiatrici per l’osservazione e trattati con farmaci e terapia con elettroshock (Miletski, 2000).

Lo zoofilo è un soggetto trattabile con metodi psicoterapeutici?

La ricerca ha appurato che la maggior parte dei soggetti è felice della propria condizione e non desidera cambiarla. Dal punto di vista clinico, pertanto, sembra che nella maggior parte dei casi di vera zoofilia questa condizione non sia curabile; l’agito sessuale può essere interrotto solo quando la persona si sente fortemente motivata, ma l’attrazione e il desiderio ci saranno sempre.

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Quando uno zoofilo va in terapia?

Gli zoofili vivono una vita di segretezza che può portare a molti problemi psicologici come depressione, ansia, sentimenti di isolamento e ideazione suicidaria. Questi sono dunque i motivi per cui lo zoofilo può chiedere un aiuto professionale, ma la maggior parte di loro tenderanno a non rivelare la propria passione erotica verso gli animali, a meno che non sentano di potersi fidare del professionista per il suo atteggiamento riservato, non giudicante, di mentalità aperta e accettante. Per questa ragione i terapeuti dovrebbero saperne di più sull’argomento.

Quali consigli dare a un terapeuta?

È importante che i professionisti della salute mentale siano più informati su questo fenomeno e passino attraverso una ricerca interiore personale sui propri atteggiamenti sessuali, per identificare e incontrare eventuali ostacoli che potrebbero avere nel lavorare con gli zoofili e assisterli quando hanno bisogno di aiuto.

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Fonti:
Hani Miletski (2001) Zoophilia—Implications for Therapy, Journal of Sex
Education and Therapy, 26:2, 85-89

Treatment for Zoophilia Not Well-Defined
— “[We’re] basically adopting from the sex offender literature”
by Joyce Frieden, News Editor, MedPage Today

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Wikipedia, Zoofilia erotica fra pastore e capra, dipinto di Édouard-Henri Avril.

Scienza e Psicologia della Bellezza

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La bellezza può essere negli occhi di chi guarda, come recita un vecchio adagio. Tuttavia, sembra che gli esseri umani di tutte le culture ed etnie abbiano una comprensione unificata e obiettiva di cosa significhi esattamente “essere belli”.

Cosa suggerisce la ricerca sui bambini riguardo all’attrattiva facciale?

I bambini di appena quattro mesi tendono a soffermarsi più a lungo su volti adulti considerati più attraenti.

Quanto tempo impiegano gli adulti per giudicare l’attrattiva facciale di uno sconosciuto?

Gli adulti impiegano solo 150 msec per giudicare l’attrattiva facciale di uno sconosciuto.

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Quali sono le industrie che sono state stimolate dalla ricerca sulla bellezza?

In primis le industrie cosmetiche, estetiche e del fitness, con un business multimiliardario.

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Quali sono i vantaggi associati alla bellezza?

Le persone più attraenti beneficiano di uno status socioeconomico più elevato a lungo termine e vengono percepite come persone “migliori”. Sono considerate, inoltre, più amichevoli, più intelligenti, più interessanti e più socialmente competenti. Hanno anche più successo nell’attirare partners romantici.

Quali spiegazioni evolutive sono state fornite per la bellezza?

Dal punto di vista della psicologia evolutiva, la bellezza potrebbe essere un adattamento sviluppato nel corso di diverse centinaia di migliaia di anni per rendere nota l’idoneità riproduttiva di un individuo.

Quali sono le qualità che rendono attraente un viso?

Possono rendere un viso attraente la normalità dei tratti, la simmetria, il dimorfismo sessuale, l’adiposità facciale e il colore della pelle a base di carotenoidi.

Quali sono i tratti considerati attraenti negli uomini e nelle donne?

Per le donne, le caratteristiche attraenti riguardano figure a clessidra, menti piccoli, occhi grandi, nasi piccoli e zigomi alti. Per gli uomini, i tratti attraenti includono il mento prominente, gli occhi infossati e la fronte folta. In generale, la pelle chiara e i capelli lucenti e folti sembrano essere considerati le caratteristiche più attraenti negli esseri umani

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Qual è l’ipotesi dell’handicap dell’immunocompetenza?

L’ipotesi postula la teoria che gli uomini dall’aspetto più mascolino abbiano caratteristiche facciali ipermascolinizzate per segnalare robustezza biologica e immunocompetenza alle potenziali partners. Poiché i maschi di molte specie spesso affrontano una considerevole competizione per l’accoppiamento, è imperativo per il maschio sviluppare caratteristiche fisiche particolari allo scopo di attrarre una partner.

Come la bellezza del viso può essere correlata alla salute?

La bellezza del viso può essere un indicatore di salute e fertilità, ma ci sono pochi dati diretti che collegano la salute all’aspetto del viso.

Quali sono i rapporti preferiti per il corpo delle donne?

Il rapporto vita-fianchi (WHR) di 0,7 preferito nelle donne, potenzialmente perché potrebbe segnalare un minor rischio di malattie cardiovascolari, diabete e cancro. Il BMI femminile ideale è compreso tra 22,8 e 24,8, a seconda dell’etnia del valutatore. Nel complesso, i dati suggeriscono che nelle donne, BMI e WHR all’estremità inferiore dell’intervallo normale – BMI intorno a 20 e WHR più vicino a 0,7 – sono considerati i più attraenti.

In che modo le piattaforme di social media hanno influenzato gli standard di bellezza?

Attraverso funzionalità di modifica istantanea, filtri e ritagli, consentendo alle persone di diventare la versione ideale di se stesse.


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Come si determina l’attrattiva del viso?

I maggiori indicatori sono le proporzioni facciali, le distanze tra i vari elementi del viso: più le misure sono vicine all’ideale, più attraente è il viso. Allo stesso modo, la perfetta proporzione nella forma è apprezzata sia nell’arte, sia nella natura. Oggi le basi delle proporzioni che determinano la bellezza stanno iniziando a essere comprese con l’aiuto di complessi algoritmi matematici e sofisticati modelli di previsione.

Come si faceva nel passato a determinare la bellezza?

Fu l’antico scultore greco Policleto a stabilire le proporzioni che alla fine diedero origine ai canoni neoclassici, e che modellò i suoi ideali nella statua Doriforo. I sette canoni neoclassici originali includono misurazioni delle proporzioni facciali verticali (profilo facciale in tre sezioni, proporzione naso-auricolare, inclinazione naso-auricolare), nonché proporzioni orizzontali (orbita nasale, orbitale, naso-orale e naso-facciale).

Cosa è il rapporto aureo?

Il rapporto aureo, noto anche come rapporto di Fibonacci o “proporzione divina”, è approssimativamente uguale a 1 : 1,618 . Questo rapporto appare abbastanza comunemente in natura e, molti hanno sostenuto, potrebbe essere una componente chiave della bellezza del viso. Registrato inizialmente nel III secolo a.C. dai Pitagorici e successivamente da Euclide, furono gli Egizi che riconobbero per primi la misura esteticamente gradevole.

Esistono critiche agli approcci standardizzati alla bellezza basata sulle proporzioni facciali?

Sì, alcune critiche sostengono che gli approcci standardizzati alla bellezza potrebbero non essere applicabili a diverse popolazioni geografiche. Nell’esaminare le differenze nelle proporzioni facciali tra le vincitrici di Miss Universo Thailandia e Miss Universo di tutto il mondo tra il 2001 e il 2015, nessuno dei due gruppi di donne ha soddisfatto tutte le misurazioni descritte dai canoni neoclassici; tuttavia, si sono evidenziati punti di accordo tra i due gruppi, suggerendo che i canoni classici potrebbero avere ancora una certa rilevanza.

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Come è stata utilizzata l’intelligenza artificiale per studiare le proporzioni facciali e l’importanza delle misure chiave?

Attraverso l’apprendimento automatico, molti hanno cercato di discernere micro misurazioni e punti di riferimento di facciali significativi. Utilizzando oltre 400 volti generati al computer e basandosi sulle caratteristiche medie di celebrità femminili giapponesi, cinesi e coreane, sono state dimostrate prove neurofisiologiche per l’attrattiva facciale, indipendentemente da altri fattori come la consistenza della pelle, l’espressione facciale e l’acconciatura.

Qual è la relazione tra le misure facciali e l’attività cerebrale correlata all’attrattiva?

Sia negli uomini che nelle donne, sembra esserci una relazione lineare tra l’attività del nucleo caudato e della corteccia orbitofrontale e l’attrattiva facciale. La regione in cui il nucleo caudato mostra attività al riconoscimento di un volto attraente è stata anche associata all’amore romantico.

L’assenza di simmetria è assenza di bellezza?

No. L’assenza di simmetria non significa necessariamente assenza di bellezza, come indicato da scene asimmetriche in natura e nell’arte.

Cosa è un “viso normale”?

La normalità facciale è una misura di quanto un volto si discosta dalla media della popolazione, o meglio, non si discosta.

Quali sono le principali differenze nei volti maschili o femminili?

Le principali differenze riguardano la forma della mascella, la dimensione delle sopracciglia e la dimensione degli occhi, con un dimorfismo sessuale distinto che appare nella tarda adolescenza. Nell’adolescenza, fronte, mento, mascella e naso allargati sono identificati come caratteristiche maschili. Occhi grandi, nasi piccoli e menti piccoli sembrano essere i tratti distintivi della bellezza femminile.

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Gli uomini omosessuali che tipo di viso preferiscono?

Sembra che gli uomini omosessuali tendano a preferire volti maschili più mascolinizzati, mentre gli uomini eterosessuali trovano più attraenti le versioni femminizzate dei volti maschili.

La giovinezza corrisponde sempre alla bellezza?

L’aspetto della giovinezza è probabilmente implicito nella percezione della bellezza. La neotenia, o l’aspetto della prima infanzia, con occhi grandi, nasi piccoli, guance rotonde, pelle liscia e colorazione più chiara, è considerata particolarmente attraente. La neotenia è una qualità vantaggiosa per tutta la durata della vita; i bambini con maggiore neotenia ricevono più attenzione e sono probabilmente i destinatari di migliori cure parentali, mentre i bambini che sono meno attraenti possono avere maggiori probabilità di essere soggetti ad abusi sui minori.

A che età c’è un declino della bellezza fisica?

Gli studi hanno dimostrato che il declino dell’attrattiva facciale percepita nelle donne di età compresa tra 51 e 65 anni rispetto alle donne di età compresa tra 35 e 50 anni era significativamente maggiore rispetto agli uomini dei gruppi di età corrispondenti.

Cosa fanno gli esseri umani per migliorare la bellezza del viso?

Storicamente, gli esseri umani hanno fatto di tutto per coprire le imperfezioni del viso. Una pelle dall’aspetto sano è fondamentale per l’attrattiva del viso e, ovviamente, la struttura del viso e il grado di pigmentazione sono fondamentali. Nel 1937, Max Factor, il famoso truccatore e omonimo del marchio, brevettò il fondotinta Pan-Cake, il primo fondotinta disponibile in commercio creato appositamente per il film in technicolor. Rilasciato nel febbraio 1938 per uso non professionale, PanCake divenne presto il prodotto di maggior successo venduto da Max Factor e le sue vendite superarono tutti gli altri prodotti di Max Factor messi insieme negli anni ’40.

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Quanto è importante il trucco?

Conoscendo l’importanza implicita della struttura della pelle per l’attrattiva fisica, il trucco è stato utilizzato per migliorare l’attrattiva per oltre 7000 anni, già dal 4000 a.C., quando si ipotizza che l’Homo sapiens usasse pigmenti minerali di ocra rossa macinata come pittura per il corpo.

La ricerca della bellezza è uguale in tutte le parti del mondo?

Sono stati messi a confronto gli annunci di bellezza della pelle nelle principali riviste femminili in Cina e Stati Uniti scoprendo che i termini “antietà”, “idratante” e “antirughe” erano i temi dominanti della pubblicità in entrambi i paesi.

Dr. Giuliana Proietti

Dr. Giuliana ProiettiTERAPIE ONLINE
Dr. Giuliana Proietti
Tel. 347 0375949
Costo della Terapia online:
70 euro, individuale e di coppia

Fonte:
The Science and Psychology of Beauty
Vanessa J. Cutler
Department of Psychiatry, New York University Grossman School of Medicine, New York, NY, USA

Foto di Dorota Kudyba da Pixabay

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