Morire dal ridere: cosa significa?
Cosa significa “ridere”?
Una definizione può essere questa:
«Esprimere la gioia attraverso l’espressione del viso, alcuni movimenti della bocca e dei muscoli facciali, con espirazioni irregolari più o meno rumorose».
Questa definizione descrive però solo l’aspetto più visibile del fenomeno. Ridere è un’esperienza complessa che coinvolge dimensioni emotive, cognitive e relazionali.
Cerchiamo di saperne di più.
Cosa accade sul piano psicologico?
Ridere è un’emozione articolata che nasce da un’elaborazione interna spesso rapida e inconsapevole. In molti casi si attiva quando qualcosa rompe le nostre aspettative: un’incongruenza, un rovesciamento di senso, una sorpresa. La mente coglie questa discrepanza e la “scarica” attraverso il riso.
Il riso svolge anche una funzione di regolazione emotiva. Non si ride soltanto per gioia, ma anche in situazioni di tensione, imbarazzo o disagio. In questi casi rappresenta un tentativo di ristabilire un equilibrio interno.
Esiste inoltre una dimensione più profonda: ciò che fa ridere è legato alla storia personale, alla cultura e ai significati individuali. L’umorismo spesso sfiora temi delicati come aggressività, sessualità o paura, permettendo di esprimerli in modo indiretto e socialmente accettabile.
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Il riso è anche un’esperienza relazionale?
Il riso raramente è un’esperienza isolata. Nella maggior parte dei casi si amplifica in presenza degli altri, creando connessione e senso di appartenenza. Ridere insieme rafforza i legami e riduce le distanze.
Allo stesso tempo, può avere una dimensione ambivalente: può includere ma anche escludere, creare complicità oppure distanza.
Cosa accade sul piano fisiologico?
Nel ridere si attivano numerosi muscoli: quelli del viso, della laringe, della respirazione e del diaframma, oltre agli addominali e agli arti. I muscoli facciali si contraggono producendo il sorriso, mentre le corde vocali e il diaframma generano le tipiche vocalizzazioni.
Il corpo partecipa in modo globale: le spalle si muovono, la respirazione cambia ritmo, il battito cardiaco aumenta per poi ridursi, la pressione si abbassa e la ventilazione polmonare migliora.
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Ridere fa bene?
Sì, sia sul piano fisico sia psicologico. Ridere riduce lo stress, migliora l’umore e aiuta a prendere distanza dai problemi. La capacità di utilizzare l’umorismo è considerata una risorsa importante perché favorisce flessibilità e adattamento.
Non a caso il riso viene utilizzato anche in contesti terapeutici e formativi per facilitare apertura e comunicazione.

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Si può davvero morire dal ridere?
Teoricamente sì, ma si tratta di eventi estremamente rari. Nella maggior parte dei casi l’espressione “morire dal ridere” ha un valore iperbolico.
Dal punto di vista psicologico, questa espressione richiama un’emozione così intensa da superare i normali limiti di controllo. Quando si ride in modo incontenibile si verifica una momentanea sospensione delle difese: il corpo prende il sopravvento e la persona si abbandona completamente all’esperienza emotiva.
Questo mostra come anche le emozioni positive possano essere molto intense e, in alcuni casi, travolgenti.
Il riso, quindi, non è solo leggerezza: è anche espressione di una forte attivazione emotiva e di una temporanea perdita di controllo.
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Il riso è sempre espressione di gioia?
Non necessariamente. Il riso può essere autentico, ma anche difensivo. In alcuni casi può servire a mascherare tensioni interne o a evitare contenuti emotivi più difficili. Quando è eccessivo o fuori contesto, può indicare una difficoltà nella regolazione delle emozioni.
Chi sarebbe “morto dal ridere”, nella storia?
Esistono numerosi aneddoti, spesso difficili da verificare, ma curiosi.
Si dice che Zeusi , un pittore greco del V secolo a.C., sia morto ridendo del modo in cui dipinse la dea Afrodite, dopo che l’anziana donna che glielo aveva commissionato aveva insistito per modellare il ritratto.
Crisippo , noto anche come “l’uomo che morì ridendo della sua stessa battuta”, è un filosofo stoico greco del III secolo AC che morì di risate dopo aver visto un asino mangiare i suoi fichi fermentati; disse a uno schiavo di dare all’asino del vino non diluito per innaffiarli, e poi, “avendo riso troppo, morì” ( Diogene Laerzio 7.185).
Nel 1410, re Martino d’Aragona morì per una combinazione di indigestione e risate incontrollabili scatenate da una barzelletta raccontata dal suo buffone di corte preferito.
Nel 1556 Pietro Aretino si dice che sia morto soffocato per aver riso troppo. Nel 1660, si dice che Thomas Urquhart , un aristocratico scozzese, poliedrico e primo traduttore degli scritti di François Rabelais in inglese, sia morto ridendo dopo aver saputo che Carlo II era salito al trono.
Il 14 ottobre 1920, Arthur Cobcroft, 56 anni, un addestratore di cani di Loftus Street, Leichhardt, Australia, stava leggendo un giornale vecchio di cinque anni ed era divertito dai prezzi di alcune merci nel 1915 rispetto al 1920. Fece un’osservazione a sua moglie riguardo a questo, e scoppiò a ridere, e nel bel mezzo di ciò crollò e morì. Fu chiamato un medico di nome Doctor Nixon, che affermò che la morte era dovuta a insufficienza cardiaca, causata da risate eccessive.
Durante la notte del 30 ottobre 1965 a Manila, nelle Filippine, un carpentiere di 24 anni, raccontava barzellette ai suoi amici. Nel mentre, il carpentiere iniziò una risata incontrollabile, svenne, fu portato in ospedale, ma morì prima che potesse ricevere assistenza medica. Nel libro The Big Book of Boy Stuff dell’autore Bart King si racconta di questo incidente, anche se in questa versione la barzelletta veniva raccontata dagli amici al carpentiere e non viceversa. Uguale il finale: “ha riso finché non ha pianto, è crollato e poi è morto. ”
Sarà vero?
Dott.ssa Giuliana Proietti
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Giuliana Proietti – Psicoterapeuta e Sessuologa Clinica
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