La comunicazione nel mondo digitale
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La comunicazione nel mondo digitale

Giuliana Proietti Articoli

Cosa si intende per comunicazione mediata?

Per comunicazione mediata si intende una forma di comunicazione che avviene tramite
l’adozione di un mezzo, prodotto dall’essere umano, che permette di stabilire una connessione a
distanza tra emittente e destinatario (Belloni, 2002).

Quali forme si conoscono di comunicazione mediata?

La comunicazione mediata può essere distinta in due categorie:

  1. la comunicazione mediata sincrona, in cui emittente e destinatario, pur non trovandosi in compresenza fisica, comunicano contemporaneamente (ne sono un esempio le conversazioni telefoniche o le videochiamate).
  2. La comunicazione mediata asincrona,  quando non c’è compresenza né spaziale né temporale tra emittente e destinatario. Di questa categoria ne fanno parte le lettere, gli sms, le chat o le e-mail (Stella et al., 2014).

Cosa si intende per “CMC”?

La comunicazione mediata online, sino a prima della nascita degli smartphone, era possibile solo tramite computer: per questo motivo si è cominciato a parlare di “comunicazione mediata dal computer”, o abbreviato, “CMC” (corrispondente all’inglese computer-mediated communication).

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La possibilità di comunicare a distanza che impatto ha avuto sulla vita sociale?

Ricordiamo che le tecnologie che hanno permesso di comunicare a distanza sono state, nell’ordine: il telegrafo, poi il telefono e, infine il computer e Internet.

E’ stata una rivoluzione non solo tecnologica, ma anche sociale, tant’è che gli studiosi la definiscono come una “nuova era”, la cosiddetta “era digitale” o “era dell’informazione”, in cui la società, sempre più interconnessa, è man mano divenuta una “società dell’informazione” (Paccagnella 2020).

Il computer è nato come mezzo per comunicare?

No. Inizialmente era solo un mezzo computazionale, basato sulla relazione uomo-macchina, ma nel tempo è diventato un vero e proprio medium di interazione e di comunicazione, attraverso la nascita e la diffusione della rete Internet (Paccagnella, 2020).

Già nel 1968, Joseph Licklider e Robert Taylor, col loro saggio “The computer as a communication device” avevano intuito che presto il computer sarebbe divenuto a tutti gli effetti un dispositivo per comunicare.

Con la nascita di ARPANET, “antenata” della rete Internet, nel 1969, iniziarono ad essere sviluppate le
prime forme embrionali di CMC.

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Quale tecnologia CMC si è diffusa per prima?

La prima tipologia di CMC a diffondersi fu quella della posta elettronica, nel 1972. Il processo comunicativo tramite questa avviene con tempi di invio e di risposta differenti e in cui l’emittente può rivolgersi ad un singolo interlocutore, oppure a diversi interlocutori, come nel caso delle mailing list. Successivamente sono nati anche i newsgroup, ossia delle bacheche elettroniche a tema in cui ogni partecipante potevaleggere i messaggi degli altri o contribuire attivamente alla discussione.

Nel 1973 venne messo a punto “Talkomatic”, un programma predecessore delle chat, creato da Doug Brown e David Woolley per PLATO, un sistema di istruzione assistita da computer dell’Università dell’Illinois.

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Quali sono state le prime “chat”?

Il primo sistema ad utilizzare il nome di “chat” è stato creato per The Source nel 1979 da Tom Walker
e Fritz Thane, ma era ancora un sistema embrionale. Negli stessi anni, nacquero anche i MUD, o “multi users dungeon” o “domain”, una categoria di videogiochi di ruolo online e tramite computer, a cui potevano partecipare più utenti, ognuno dei quali controllava un personaggio che si muoveva in una realtà virtuale.

Pochi anni dopo, nel 1980, nacque CompuServe CB Simulator,  il primo servizio di chat online reso disponibile al pubblico.

Fino a questo periodo, però, i sistemi operativi e la rete stessa erano ancora piuttosto frammentati, tanto da rendere «la comunicazione online un’esperienza riservata a pochi appassionati dotati di una certa dimestichezza con procedure e comandi ben poco “amichevoli”» (Paccagnella, 2020).

La “svolta definitiva” verso una CMC alla portata di tutti avvenne dagli anni Novanta: nel 1993 nacquero gli SMS (O’Neill, 2010), in Italia chiamati inizialmente “messaggini” e, grazie alla diffusione del World Wide Web, iniziò ad essere utilizzato l’IRC, acronimo di “Internet relay chat”, un protocollo di
messaggistica istantanea su Internet, che permetteva più facilmente la comunicazione sotto forma di testo tra diversi computer. A questo protocollo si appoggiavano i client IRC, ossia dei programmi installabili nei propri computer, i primi realmente simili alle chat odierne.

Analogamente a quanto avviene oggi, infatti, permettevano di fare una “chiacchierata” fra due o più utenti, essenzialmente testuale. Già all’epoca, si poteva scegliere un nickname personalizzabile, che, volendo, garantiva l’assoluto anonimato. Inoltre, era già possibile comunicare in gruppi di utenti attraverso “stanze” di discussione, chiamate “canali”.

Questi programmi permettevano, una volta collegati, di segnalare agli altri utenti il proprio stato “online” e di vedere chi fosse in linea per, eventualmente, iniziare una conversazione. A partire dagli anni 2000, si diffusero nuovi programmi di chat e di instant messaging (IM), tra cui il più popolare è stato MSN Messenger (poi divenuto Windows Live Messenger).

Quando le chat si sono spostate sul cellulare?

Solo verso l’ultimo decennio del secolo scorso, con la nascita degli smartphone, la comunicazione mediata si è spostata quasi esclusivamente su questi dispositivi: sono comparse le prime applicazioni di messaggistica istantanea (abbreviato IM). Tra le più utilizzate negli ultimi anni, ci sono WhatsApp, Telegram, Signal e Wechat.

In concomitanza con la loro nascita e diffusione, anche i social hanno proposto una propria versione di messaggistica istantanea, spesso integrata all’interno dell’app: è il caso dei Direct di Instagram, di Messenger di Facebook,  dei Messaggi Diretti su Twitter, degli Snap su Snapchat.

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Quando sono comparse le emoticon?

Le emoticon sono comparse per la prima volta nel 1982, quando l’informatico statunitense Scott Fahlman, in un documento pubblicato il 19 settembre di quell’anno, propose di utilizzare le emoticon 🙂 e 🙁 in rappresentanza rispettivamente di un’espressione di sorriso e di tristezza.

Da quel momento, le emoticon si sono diffuse così tanto da indurre gli sviluppatori di software a creare pittogrammi disponibili nell’interfaccia grafica delle applicazioni o del sistema operativo stesso. Si
tratta delle emoji, introdotte per la prima volta nel 1997 dall’operatore telefonico giapponese J-Phone.

Quando si è cominciato a scambiare file multimediali?

Negli anni novanta i programmi di chat hanno iniziato a supportare lo scambio di file multimediali,
audio, video, animazioni e altri sistemi di scambio multimediale (Pistolesi, 2018), sistemi
divenuti più maturi e più utilizzati all’inizio degli anni Duemila.

Quando si è cominciato a studiare questi fenomeni sul piano sociologico?

A partire dagli ultimi anni Ottanta. Ci si è concentrati sull’evidenziare che in questo tipo di comunicazione
non si poteva percepire il tono di voce, la cinesica, la prossemica e l’aptica, ma anche la vestemica e
l’oggettemica. La mancanza di tali elementi impediva all’interlocutore una valutazione degli elementi legati al contesto sociale dell’interlocutore.

Kiesler (1986 cit. in Plumb, 2013), notava: «la mancanza di elementi non verbali fa sì che nella comunicazione si avverta un maggiore senso di anonimato, non percependo l’individualità altrui».
( Galimberti, Riva, 1997 cit. in Stella et al., 2014)

Giese (1998) affermava: «le comunità elettroniche si formano in un ambiente di comunicazione che nega loro molte delle pratiche comunicative che sono così naturali per gli ambienti fisici. È proprio la necessità di queste pratiche che rende evidente la loro assenza negli spazi virtuali» (Gajadhar e Green, 2003).

Diversi studi dell’epoca sostenevano che la mancanza di elementi sociali e non verbali su Internet avrebbe reso le relazioni online più ostili e meno appaganti delle tradizionali relazioni faccia a faccia (Kraut, Patterson, Lundmark, Kiesler, Mukopadhyay e Scherli, 1998 cit. in Plumb, 2013).

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Vi è stato anche qualche studioso più ottimista?

Si. La SIDE, Social Identity Deindividuation Theory (Spears e Lea, 1994 cit. in Paccagnella, 1997) fu uno tra i principali studi in cui si diceva che le interazioni online non erano totalmente prive di indicatori
sociali; al contrario, questi trasparivano da molti elementi di contesto che accompagnavano la
comunicazione mediata.

La SIP, Social Information Processing Perspective (J.B. Walther, 1992 cit. in Stella et al., 2014), che proponeva il modello hyperpersonal, secondo il quale le interazioni online non erano affatto povere di
indicatori sociali, semplicemente avvenivano in modo «più stereotipicamente sociale»
(Paccagnella 2000, cit. in Stella et al., 2014).

Questo perché, essendo consapevoli delle caratteristiche del mezzo, gli individui potevano adeguare le proprie interazioni controllando le impressioni, scegliendo con più calma le parole da usare o quali elementi raccontare e quali nascondere. Ne risultava una presentazione ottimizzata del proprio sé.

Quali differenze con la comunicazione faccia a faccia non possono essere superate?

Sono due:

1. I segnali non verbali, seppur ad oggi non siano nulli, come invece affermavano i primi studi, rimangono comunque piuttosto ridotti rispetto a quelli presenti nelle interazioni faccia a faccia.

2. La CNV nelle chat non è del tutto equiparabile all’interazione faccia a faccia: si pensi soltanto al fatto che le espressioni delle emoticon sono volontarie e non involontarie come nel faccia a faccia. Un sorriso può sfuggire inavvertitamente (e talvolta anche inopportunamente), durante una conversazione faccia a faccia, ma uno smiley deve essere digitato deliberatamente per raggiungere il destinatario» (Paccagnella 2000, cit. in Boni, 2007).

Insomma, nei contesti online, contrariamente a quanto accade dal vivo, è molto più facile controllare cosa dire, come dirlo, cosa far trasparire e cosa invece nascondere.

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Come è cambiata la comunicazione scritta?

Se inizialmente, nel passaggio dalle lettere alle e-mail, il linguaggio aveva ancora degli elementi di continuità con la scrittura tradizionale, con il passaggio all’online la forma grafica rimane perlopiù la stessa, ma dal punto di vista linguistico, le conversazioni si avvicinano di più al parlato informale (Pistolesi, 2018), tant’è che la sua nuova forma espressiva è stata spesso denominata “oralità scritta”
(Belloni, 2002).

Si tratta di una trasformazione della scrittura che ha l’obiettivo di avvicinarsi alla velocità e all’immediatezza con cui avvengono le relazioni comunicative in contesti naturali, e di riprodurre, quanto più possibile, situazioni di vera interattività.

Per ridurre il tempo di digitazione e di trasmissione del messaggio, «la comunicazione ha assunto la forma prevalente del frammento» (Pistolesi, 2018) e le abbreviazioni sono diventate comuni (anche se ad oggi vengono utilizzate meno rispetto a qualche anno fa).

Insomma, si tende a «rispondere agli stimoli inviati da altri utenti nella maniera immediata e priva di calcolo, tipica della lingua parlata» (Di Gregorio, 2009).

In che modo le emoji cambiano il senso del messaggio?

Le emoji svolgono una funzione di enfasi e di intensificazione del messaggio stesso. Diversi studi (Huang, Yen e Zhang, 2008) hanno dimostrato che l’utilizzo delle emoji aumenta pure il divertimento ed il senso di vicinanza tra gli interlocutori (Yang, 2019).

Insomma, quando i “parlanti” usano le emoticon, si sentono più connessi provando, di conseguenza, un maggiore piacere nell’interazione (O’Neill, 2010).

Le emoji non riguardano solo espressioni facciali, ma comprendono anche concetti e idee più ampi come celebrazioni, condizioni meteorologiche, veicoli ed edifici, cibo e bevande, animali e piante, emozioni, sentimenti e attività (Novak et al., 2015 cit. in Chairunnisa e Benedictus, 2017).

Uno studio di Yang (2019) rivela che non sempre il significato percepito dagli utenti delle emoji è correlato al loro reale significato, tant’è che è stata creata una sorta di enciclopedia delle emoji
(emojipedia).

Le emoji possono essere impiegate anche come semplice feedback (Chairunnisa e Benedictus,
2017), ad esempio quando si risponde con un semplice pollice alzato ad un messaggio. In questa categoria, rientrano anche le reazioni ai messaggi, sempre sotto forma di emoji, funzione introdotta ormai da quasi tutte le piattaforme.

Quali forme onomatopeiche si trovano nelle chat?

Le forme onomatopeiche riguardano le risate (ahahah), esclamazioni come “ops”, “wow”, “eheh”, le interiezioni come “ehm”, “mhh”. Inoltre, compaiono spesso anche suoni tipici dei fumetti come “boom”, “zzzz”, “grrrr”, “argh (Darics, 2020).

A tutti gli effetti, le onomatopee testuali possono servire fedelmente come rappresentazioni insonorizzate di spunti paralinguistici (O’Neill, 2010).


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Come viene usata la punteggiatura nelle chat?

Secondo diversi studi (tra cui O’Neill, 2010 e Longo, 2020), la punteggiatura è utilizzata molto meno rispetto alla scrittura tradizionale, con l’unica eccezione per i punti interrogativi ed esclamativi, di cui spesso viene fatto un sovrabbondante (Pistolesi, 2018).

Il punto, quando è presente, «assume connotazioni semanticopragmatiche particolari: finalità particolarmente accentuata, freddezza, aggressività» (Longo, 2020).

La virgola viene utilizzata meno e, quando compare, spesso prende il posto di altri segni che andrebbero utilizzati nella scrittura standard (ad esempio del punto o del punto e virgola). Secondo questa
prospettiva, quindi, la virgola assumerebbe a sua volta la funzione di pausa (ricoperta
solitamente dal punto), stavolta con un’accezione neutra e non fredda.

Gajadhar e Green (2003) e Longo (2020) registrano un’alta frequenza d’uso dei puntini
di sospensione nella CMC, anche in questo caso questo per rispondere ad esigenze di
espressività e alla riproduzione delle pause del parlato.

I tempi di risposta e il silenzio sono una forma di comunicazione?

Si. Come afferma Feenberg (1989): «l’unico segno tacito che possiamo trasmettere è il nostro
silenzio, un messaggio che è allo stesso tempo brutale e ambiguo…» (Gajadhar e Green,
2003).

In generale, come evidenziato da Elder (2018), risposte rapide possono essere indicative
dell’interesse dei partecipanti per la conversazione  Risposte più lente, invece, possono mostrare una varietà di cose, dal disinteresse alla riflessione.

Al di là del fatto che i tempi di risposta sono spesso influenzati anche da impegni personali, in generale la tempistica dei messaggi può rappresentare un ricco canale di informazioni per entrambi i partecipanti: riemerge, così, la dimensione cronemica.

Anche una non risposta è un segnale forte: specialmente quando è chiaro che il destinatario ha voluto chiaramente ignorare il messaggio (ad esempio compare la spunta blu del visualizzato). Anche in questo caso quel “silenzio” può essere segno di disinteresse o costituire, a propria volta, una risposta “non-detta”.

Quali segni di punteggiatura vengono maggiormente utilizzati?

La ripetizione di un segno di punteggiatura o di lettere ha un ruolo enfatizzante all’interno delle chat e ottiene un effetto simile a quello che si otterrebbe pronunciando una determinata parola con un tono diverso (Gajadhar e Green, 2003).

I segni di punteggiatura più frequentemente ripetuti sono i punti interrogativi (???) ed i punti esclamativi (!!!). Inoltre, secondo lo studio condotto da Darics (2013), la ripetizione di lettere in una parola
costituirebbe una forma di segnale paralinguistico: «la ripetizione risulterebbe nell’allungamento di un suono, come in “probleeeema”, “nooooiaa”, modificando cosìcompletamente il contorno di pronuncia della parola».

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Cosa significa scrivere in maiuscolo?

L’utilizzo dei caratteri maiuscoli, come evidenziato da diverse ricerche (Gajadhar e Green, 2003 e O’Neill, 2010) ha lo scopo di aumentare il “volume” delle parole scritte, portandole all’equivalente di parole “urlate”. Ad esempio, “LOL”, o “AHAH” scritti in maiuscolo, stanno a significare una risata ad alta voce (Gajadhar e Green, 2003): un po’ come avverrebbe in una conversazione faccia a faccia, inserirlo in una conversazione aiuta a dimostrare stati d’animo positivi e a migliorare la conversazione.

Cosa sono gli Stickers e gli avatar ?

Gli stickers sono delle piccole immagini o animazioni che possono essere “appiccicate” in una chat e rappresentano una sorta di evoluzione delle emoji. Infatti, a differenza delle emoji, possono essere scelti scaricati dall’utente, sotto forma di pacchetti. Inoltre, possono addirittura essere creati dall’utente stesso, il che li rende molto più personalizzabili e versatili rispetto alle classiche emoji. Spesso gli stickers sono dei meme, il cui obiettivo è molto semplicemente quello di far ridere e di aggiungere ironia ai
messaggi.

Gli avatar sono una categoria di stickers che rappresentano una versione “computerizzata” dell’utente, con diverse espressioni del volto. Gli utenti possono personalizzare l’aspetto di base dell’avatar, dall’acconciatura, ai lineamenti del viso, al fisico, sino anche agli oggetti indossati (orecchini, piercing, ecc.). La cura e il tempo dedicati alla costruzione di un avatar possono essere visibili ad un destinatario ed essere essi stessi un messaggio non verbale (Elder, 2018), un po’ come avviene per la vestemica
e l’oggettemica con la cura per l’abbigliamento e per l’acconciatura.

Come va interpretato l’invio di una immagine?

L’invio di un’immagine oppure di un video di un oggetto o di un paesaggio può essere visto come un segnale di invito per l’altra persona a impegnarsi nell’attenzione congiunta (Elder, 2018): equivale un po’ ad indicare dicendo “guarda qui”, simulando il gesto emblematico tipico delle interazioni faccia a faccia.
Insomma, lo scambio di immagini simulerebbe l’intimità tipica sfera dell’intimità, nella dimensione prossemica.

Come va interpretato l’invio di un selfie?

L’invio di un selfie recupera in parte la dimensione cinesica della mimica facciale e, in minima parte, della postura, dello sguardo e dei gesti.

I messaggi vocali che funzione ricoprono?

I messaggi vocali ricoprono una funzione interessante: oltre ad essere più pratici, in quanto permettono di comunicare senza scrivere, i messaggi vocali recuperano gran parte degli spunti paralinguistici ancora presenti, ad esempio, nelle telefonate.


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Come ci si comporta nei gruppi di chat?

Gajadhar e Green (2003), analizzando le chat di gruppo, hanno scoperto che è solo quando qualcuno inizia ad usare elementi quali emoticons ed emoji che anche gli altri iniziano a farlo. Insomma, anche la quantità di utilizzo di questi elementi è qualcosa di socialmente stabilito.

Ci sono differenze fra giovani e anziani nell’uso delle emoji?

Come sostiene Krohn (2004), vi è un divario generazionale nell’utilizzo di emoji, con una minore propensione per le generazioni nate prima degli anni Settanta nell’utilizzo, mentre un utilizzo più frequente e spontaneo per le generazioni nate dopo gli anni Settanta.

Altri studi riportano come culture diverse utilizzino emoticons ed emoji in maniera diversa: ad esempio, Yang (2019) riporta uno studio di Park, Baek e Cha (2014) che ha evidenziato come le emoticon verticali e orientate agli occhi come ^_^ sono usate più frequentemente nei paesi con culture collettivistiche, mentre le emoticon orizzontali e orientate alla bocca come 🙂 sono più frequentemente utilizzate nelle culture individualistiche.

Un altro aspetto da considerare è che all’interno della lista delle emoji stesse, sono presenti simboli appartenenti a culture diverse, pertanto non sempre comprensibili universalmente (Chairunnisa e Benedictus, 2017).

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Fonte:

https://thesis.unipd.it/retrieve/883ed1a8-9f07-4554-893b-76344d51634a/Salin_Daniele.pdf

Psicologia e Cyberspazio
Psicologia e Cyberspazio

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E’ ancora utile distinguere nettamente fra reale e virtuale?

No, seppure siano scenari completamente differenti, essi ormai si fondono e si completano fra loro in varie situazioni della vita.

Cosa è il cyberspazio?

Il cyberspazio è una sorta di mondo virtuale, una dimensione immateriale, parallela a quella fisica, a cui si accede collegandosi a Internet. Ogni persona conosce e vive diversamente questo spazio, a seconda delle sue interazioni e delle sue informazioni. Il modo più semplice per definire il cyberspazio è “il mondo di Internet”, oppure “la rete”.

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Come si realizza il cyberspazio?

Si realizza mettendo in comunicazione i computer di tutto il mondo in un’unica rete: questo permette a tutti agli utenti di interagire tra loro.

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Cosa significa il termine cyberspazio?

E’ la fusione di due parole: cibernetica e spazio.

Chi ha coniato il termine cyberspazio?

Il termine è comparso nella prima metà degli anni ottanta nella fantascienza cyberpunk di William Gibson, dove il ciberspazio comprendeva vari tipi di realtà virtuale, condivisa da utenti profondamente immersi in tali dimensioni, o da entità che sussistevano all’interno dei sistemi informatici.

Come interagiscono le persone nel cyberspazio?

Le persone interagiscono usando tecnologie per la comunicazione mediata dal computer.

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Quanto è grande il cyberspazio?

Il cyberspazio non ha confini e per questo non è circoscrivibile: ogni persona se lo rappresenta, qualitativamente e quantitativamente, a suo modo.

Il cyberspazio interessa la sfera emotiva delle persone?

Si, anche se non vi sono contatti fisici. Grazie alle moderne tecnologie è per possibile soddisfare molti sensi: la vista e l’udito, ad esempio, che permettono di darsi una rappresentazione piuttosto accurata di ciò che si sta guardando attraverso lo schermo, quasi ad immaginarselo nella realtà fisica.

Il cyberspazio deve essere considerato reale?

Si, deve essere considerato reale perché produce effetti concreti e tangibili sulla vita delle persone. In rete ormai le persone interagiscono per motivi di lavoro, di amicizia, di interesse, provando emozioni di varia natura che poi producono effetti nella vita reale.

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Oltre che di cyberspazio si può parlare di una cyberciviltà?

Si, infatti le persone che interagiscono in rete sono componenti attive di una cyberciviltà in cui esperienze ed informazioni si mescolano, creando una comunione di interessi e di nuovi rapporti umani. Ogni persona oggi appartiene ad almeno un gruppo online, con il quale condivide idee, informazioni e valori.

Come nasce l’esperienza umana nel cyberspazio?

Anzitutto c’è la conoscenza: conoscenza del mondo virtuale che si va a visitare collegandosi a Internet e, naturalmente, anche conoscenze tecniche per quanto riguarda l’uso degli strumenti che permettono la connessione, sia hardware che software.

Quale percezione hanno di Internet le persone?

Le persone percepiscono il proprio computer o cellulare come una estensione della propria mente: uno “spazio” che riflette e modella i loro gusti, i loro atteggiamenti ed interessi. Si pensi al linguaggio tecnologico che definisce le varie esperienze che si possono vivere nel cyberspazio: dominio, sito, finestre, stanze virtuali… Lo sforzo è, in effetti, quello di farlo sembrare uno spazio reale.

In che modo le interazioni nel cyberspazio sono diverse da quelle che avvengono nel mondo reale?

Ci sono varie differenze: in primis i confini geografici non esistono, le interazioni sociali possono essere sincrone, ma anche asincrone, quasi tutto è registrabile e si può interagire anche in modo anonimo, anche sperimentando identità diverse.

Cosa è la cyberpsicologia?

La cyberpsicologia è una nuova disciplina che cerca di comprendere il comportamento umano nel cyberspazio.

Quali sono i settori studiati finora dalla cyberpsicologia?

Finora la cyberpsicologia ha studiato le dipendenze da Internet, la mancanza di autostima a seguito del confronto su Internet, il cyberbullismo, la paura di perdersi qualcosa (FOMO), le interazioni sui social media, ecc.

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Social Media
Social Media: conoscerli e saperli gestire

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Cosa sono i social media?

I social media possono essere definiti come qualsiasi piattaforma che consente di condividere media, cioè immagini, video, testi, in diversi formati. Queste piattaforme consentono alle persone di connettersi e comunicare con altre persone, anche sconosciute.

Come si distinguono i social media?

Esistono diversi tipi di servizi di social media, che soddisfano esigenze diverse e ospitano diversi tipi di contenuti, rivolgendosi a categorie diverse di utenti.

Ecco le categorie principali:

1. Siti di social network

Si tratta di siti utilizzati principalmente per connettersi con amici e familiari. Queste piattaforme, che ospitano testi, foto e video, incoraggiano le conversazioni personali e la condivisione di esperienze e conoscenze.

Gli utenti possono creare contenuti esclusivi, condividere i propri pensieri e creare gruppi basati su interessi simili. Lo scopo è quello di soddisfare le esigenze sociali degli utenti, anche se poi le aziende e gli operatori di marketing utilizzano queste piattaforme per i loro scopi commerciali, dal momento che esse forniscono, pressoché gratuitamente, un’immensa quantità di dati, utili per proporre annunci mirati, con metriche e dati demografici specifici. Queste piattaforme sono Facebook, LinkedIn e Twitter.

Facebook è una piattaforma che consente diversi tipi di interazioni e condivisioni, Linkedin è una piattaforma più professionale, la cui finalità è abilitare le interconnessioni in ambito business, Twitter è una piattaforma di “micro-blogging” che permette aggiornamenti di stato limitati nel numero di caratteri (140) e la condivisione di alcuni contenuti (link, foto, posizione).

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2. Siti basati su immagini

Le piattaforme che permettono la pubblicazione di contenuti basati su immagini hanno acquisito maggiore importanza negli ultimi tempi (contenuti come infografiche, illustrazioni e immagini catturano facilmente l’attenzione degli utenti). Le app Pinterest e Instagram sono state progettate per amplificare la condivisione delle immagini, con in mente l’idea che un’immagine possa valere più di mille parole per comunicare.

Queste piattaforme sono utilizzate anche dalle aziende, che creano lì le loro “vetrine”.

Instagram è il leader di settore ed ha ampiamente superato un miliardo di utenti mensili. Questo è stato a lungo il luogo di espressione di influencer, artisti, aziende piccole e grandi ed è diventata una delle piattaforme di social media più popolari per utenti sotto i quaranta anni.

Pinterest è un servizio di rete sociale basato sulla condivisione di fotografie, video e immagini. Il nome deriva dall’unione delle parole inglesi pin (spillo, puntina da disegno) e interest interesse). Pinterest permette agli utenti di creare bacheche in cui catalogare le immagini presenti nelle pagine web in base a temi predefiniti oppure da loro scelti.

3. Piattaforme di condivisione video/streaming

Una delle principali piattaforme che ha rimodellato il modo in cui le persone interagiscono con i contenuti video è YouTube. Con oltre un miliardo di utenti attivi mensilmente, la piattaforma è diventata essa stessa un motore di ricerca per la maggior parte degli utenti, che cercano le informazioni in video anziché in testi scritti.

Negli ultimi anni si è sviluppata Tik Tok, una app cinese che è attualmente l’applicazione più scaricata al mondo, avendo superato Instagram e Facebook. Si tratta di un social network che permette di pubblicare video di breve durata su vari temi. Gli utenti sono molto creativi nel raccontare barzellette, recitare in scenette domestiche, dare consigli di viaggio, o mostrare cosa sanno fare in vari ambiti.

Oltre ad avere un canale e pubblicare contenuti, le aziende hanno imparato a fare pubblicità su queste piattaforme, con annunci che vengono inseriti tra i video che hanno ottenuto percentuali di clic più elevate.

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4. Forum di discussione

I forum di discussione hanno l’unico scopo di consentire agli utenti di porre domande e ottenere risposte da persone diverse. Queste piattaforme sono progettate per stimolare conversazioni basate su interessi condivisi o curiosità. I nomi più famosi in questo settore sono Quora e Reddit.

Sebbene le persone non siano identificabili su queste piattaforme come può avvenire altrove, le informazioni e le conoscenze che esse possono veicolare sono ciò che le rende rilevanti. Le aziende possono utilizzarle per ricavarne pensieri non filtrati da parte del pubblico, condurre ricerche o rispondere a qualsiasi domanda le persone possano avere sul proprio settore.

5. App di messaggistica istantanea

Ormai da tempo non si usano più gli SMS, che sono stati sostituiti da app di messaggistica istantanea come Whatsapp, Facebook Messenger,  Viber, Telegram. Con queste app si possono fare chiamate e video-chiamate, si possono inviare messaggi vocali, foto, video, documenti e si possono creare chat di gruppo. La messaggistica istantanea si è rapidamente diffusa grazie alla facilità d’uso e alla rapidità in cui possono essere ricevute le risposte. I messaggi di messaggistica istantanea non richiedono una formattazione, come le email e sono meno formali. Le aziende usano soprattutto Facebook Messenger per le comunicazioni esterne dal momento che tutte ormai hanno una pagina Facebook in cui presentano i prodotti e interagiscono con la clientela.

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I bambini possono essere soggetti a pericoli e rischi frequentando questi social?

Si. Essi possono essere esposti in particolare a cyberbullismo, avances di pedofili e richiesta di informazioni personali per usi diversi, non sempre legali.

Va detto che i social media non sono progettati per i bambini. Alcune applicazioni hanno domande per la verifica dell’età, ma la maggior parte no. Ci sono milioni di ragazzi minorenni che utilizzano questi tipi di applicazioni senza alcun filtro: è compito dei genitori sorvegliare, consigliare, limitare.

Gli adulti devono temere i social media?

L’uso dei social media è riconosciutamente associato a vari problemi che possono minare il benessere della persona. In particolare, la ricerca mostra che l’uso dei social media può provocare ansia, stress, depressione, senso di solitudine, attacchi di invidia, bassa autostima, dipendenza nei confronti di una piattaforma specifica che interferisce con le attività quotidiane, peggiorando la concentrazione e l’efficienza.

E’ sicuro che vi sia un nesso diretto di causalità fra uso dei social media e malessere psicologico?

Non del tutto. Può darsi, infatti, che le persone con depressione, ansia, senso di solitudine ecc. tendano a utilizzare i social media più di altre persone e che dunque gli stati negativi riscontrati dalla ricerca scientifica sulla salute psicofisica delle persone non siano un effetto, ma una causa, rispetto all’uso dei social.

Non si può del resto neanche escludere l’ipotesi per cui coloro che utilizzano pesantemente i social sviluppino successivamente una maggiore depressione.

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Perché i social dovrebbero indurre depressione?

Una spiegazione potrebbe essere data dal fatto che che l’esposizione a rappresentazioni altamente idealizzate di coetanei sui social media possa suscitare sentimenti di invidia e la convinzione distorta che gli altri conducano vite più felici e/o di maggior successo. Di conseguenza, questi sentimenti di invidia possono portare nel tempo a un senso di inferiorità e depressione.

Vi sono altre spiegazioni?

Si. Ad esempio si è detto che la sensazione di “aver sprecato il tempo” impegnandosi in attività poco significative sui social media possa influenzare negativamente l’umore.

Perché le persone continuano a usare i social media anche quando sanno che questa cosa le fa stare male?

Un motivo è che semplicemente non sono consapevoli della influenza dannosa che hanno i social su di loro, oppure perché temono di perdersi qualcosa che possa interessarle ed essere anche per questo escluse dalla propria cerchia.

Se una persona non pubblica nulla, ma guarda solo i contenuti degli altri corre qualche pericolo?

Assolutamente si: la ricerca mostra che l’uso passivo dei social media è più fortemente associato a problemi di salute mentale rispetto all’uso attivo dei social media, proprio perché l’attenzione a questi contenuti provoca confronti sociali e invidia.

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Cosa fare per non lasciarsi influenzare troppo dall’uso dei social?

Quello che si può fare, a livello preventivo, è ridurre l’uso dei social media, trovando attività alternative e interessanti in cui impegnarsi. Questo utilizzo ridotto può riguardare non solo il tempo che si trascorre navigando sui social media, ma anche altri fattori, come il numero di piattaforme che si utilizzano. Inoltre, sarebbe bene concentrarsi sull’uso dei social media, comunicando attivamente con le persone a cui si tiene, piuttosto che come un modo passivo per consumare informazioni.

Inoltre, invece di avere un obiettivo vago, come “usare meno i social media”,  è meglio avere un obiettivo più concreto, come “usare i social media non più di tot minuti al giorno”.

La ricerca mostra che quando le persone si prendono una pausa temporanea dai social media, ciò può portare a una riduzione effettiva del loro utilizzo dei social media nel lungo termine, il che significa che anche piccoli obiettivi possono portare a risultati effettiva riduzione dell’utilizzo dei social. Per alcune persone è più facile smettere completamente piuttosto che cercare di limitare semplicemente il loro uso dei social media: questa deve essere una decisione personale.

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Che altro tenere in mente per non lasciarsi coinvolgere in modo negativo dai contenuti sui social?

Occorre tenere in mente che i social media sono, di fatto, un mondo artificiale in cui la vita delle persone è fatta di vacanze esotiche, amicizie, ristoranti, spiagge, ecc. Le persone che postano questi materiali sui social tendono esse stesse a idealizzare i loro contenuti, esagerandoli, per poter ottenere dei like e piacere agli altri. In sostanza, ciò significa che le vite straordinarie degli altri che si vedono sui social media, sono spesso una versione idealizzata e falsa della realtà.

Cosa altro fare?

Il suggerimento è usare i social in modo attivo, per comunicare con le persone care, per condividere interessi e passioni, piuttosto che immagini di se stessi e della propria vita, evitando di concentrarsi troppo sulle immagini postate dagli altri.

Dr. Giuliana Proietti


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