La scuola parentale: un'alternativa educativa
La scuola parentale: un’alternativa educativa

La scuola parentale: un’alternativa educativa

Giuliana Proietti Articoli

Negli ultimi anni, in Italia, si è assistito a un crescente interesse nei confronti della scuola parentale, un modello educativo alternativo che coinvolge direttamente i genitori nel processo di istruzione dei propri figli. La scuola parentale, conosciuta anche come homeschooling, è un fenomeno in rapida espansione che sta guadagnando popolarità in diverse parti del Paese. Cerchiamo di saperne di più.

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Che cos’è esattamente la scuola parentale?

Si tratta di un’opzione educativa in cui i genitori scelgono di istruire i propri figli a casa, anziché mandarli in una scuola tradizionale. Questa forma di istruzione si basa sul concetto che i genitori abbiano la capacità di fornire un’educazione adeguata ai propri figli e se ne possano assumere la responsabilità.

Dove e come è nata questa forma di scolarizzazione?

Tutto nasce dalle teorie del pedagogista statunitense John Holt, attivo negli anni settanta del secolo scorso, per il quale ogni bambino deve seguire i suoi interessi e apprendere in un contesto adatto alle sue esigenze e ai suoi bisogni. Dopo un periodo di calo, l’homeschooling è oggi particolarmente diffusa in America.

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Dove è diffusa, in Italia?

La scuola parentale è più diffusa in alcune regioni italiane rispetto ad altre, ma sta lentamente guadagnando terreno in tutto il Paese. Alcune regioni, come l’Emilia-Romagna e la Lombardia, hanno registrato un aumento significativo di famiglie che scelgono questa forma di istruzione. Tuttavia, è importante sottolineare che la scuola parentale rappresenta ancora una piccola percentuale rispetto al numero totale di studenti iscritti alle scuole pubbliche e private.

A che età si può frequentare questo tipo di scuola?

In generale, la scuola parentale può essere scelta per tutto il ciclo di istruzione, fino anche alle superiori, anche se la maggior parte dei genitori sceglie questo tipo di scuola in alternativa alla scuola dell’infanzia e alla scuola elementare.

Quanti sono gli homeschooler in Italia?

Secondo i dati del Ministero dell’Istruzione, nell’anno scolastico 2020-2021 gli homeschooler in Italia sono stati più di 15.000 (erano 5.126 nel 2018-2019).  La forte crescita delle scuole parentali denota un cambiamento di atteggiamento dei genitori rispetto alla formazione dei figli, sicuramente influenzato dall’esperienza vissuta durante gli anni di pandemia da Covid 19.

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Perché sempre più famiglie sentono l’esigenza di adottare questo modello educativo?

Ci sono diversi motivi che spingono i genitori a optare per la scuola parentale. Alcuni ritengono di poter fornire ai propri figli un’educazione più personalizzata e adattata alle esigenze individuali e familiari dei ragazzi. Altri possono avere problemi legati a specifiche situazioni familiari (ad esempio gita in barca a vela intorno al mondo) o motivazioni religiose. Inoltre, alcune famiglie potrebbero avere una visione critica sulla qualità dell’istruzione offerta nelle scuole, pubbliche o provate, o temere l’ambiente scolastico, dove i figli possono entrare in contatto con droga, violenza, bullismo, classi troppo numerose, orari prolungati, compiti a casa, valutazioni, richiesta implicita di omologazione. L’Home Schooling si è infine diffusa, negli ultimi tempi, anche fra i genitori no vax, che si sono rifiutati di vaccinare i figli per mandarli a scuola.

Quali sono le maggiori critiche che vengono volte alla scuola parentale?

Uno dei principali argomenti contrari a questa pratica è la questione della socializzazione. La mancanza di un ambiente scolastico strutturato potrebbe limitare l’esposizione a diverse esperienze sociali e relazionali: gli studenti che frequentano la scuola parentale potrebbero avere meno opportunità di interagire con i loro coetanei, perdendo così l’esperienza sociale che può essere acquisita nelle scuole tradizionali. Tuttavia, è importante sottolineare che esistono anche diverse attività extrascolastiche e programmi di socializzazione che possono colmare questa lacuna.

I genitori sono davvero in grado di impartire una istruzione adeguata ai figli?

Va detto anzitutto che è bene evitare generalizzazioni, poiché ogni situazione è unica e dipende da vari fattori, come l’approccio educativo dei genitori, le risorse a disposizione e l’impegno dedicato all’istruzione dei figli.

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Cosa si può dire sul rendimento scolastico degli allievi?

Dal punto di vista del rendimento, i risultati degli studenti che frequentano la scuola parentale possono variare e dare anche ottimi risultati. Tuttavia, è importante considerare che la scuola parentale richiede un impegno considerevole da parte dei genitori, soprattutto in termini di tempo, e che il successo scolastico può dipendere da numerosi fattori, che vanno al di là della specifica istruzione.

Cosa dice in merito la legge in Italia?

La Costituzione Italiana (Art. 34) sancisce che “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita”. La scuola è quindi un diritto che deve essere garantito ad ogni minore. C’è poi l’Art. 30 che recita: “E’ dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio”.

Quindi dovere del genitore è garantire l’istruzione e l’educazione del proprio figlio, il che non è coincidente con l’obbligo di fargli frequentare una scuola, pubblica o privata.

Come si fa a istituire una scuola parentale?

Occorre dare comunicazione ufficiale al Dirigente scolastico della scuola in cui è iscritto il proprio figlio, se già frequenta una scuola, oppure a quello della scuola più vicina all’indirizzo di residenza.

Attraverso un’apposita dichiarazione si deve attestare il possesso delle competenze e delle capacità tecniche e burocratiche per provvedere all’insegnamento. Questo passaggio è obbligatorio ed è stabilito dal Decreto legislativo del 16 Aprile 1994, n.297, art 111, comma 2.

Il documento di cui sopra deve essere compilato e consegnato ogni anno, prima dell’inizio dell’anno scolastico, per rinnovare la scelta di proseguire la formazione del ragazzo attraverso la scuola parentale.

Il Dirigente scolastico ha l’obbligo di verificare che le dichiarazioni del genitore siano veritiere, attraverso un accertamento, e in seguito monitorare l’apprendimento degli homeschooler tramite un esame di idoneità, da svolgersi alla fine di ogni anno scolastico davanti a una apposita commissione.

In pratica, per passare all’anno successivo di scuola, occorre superare un esame, per valutare il raggiungimento degli obiettivi didattici prestabiliti.

Il termine “scuola parentale” è corretto?

No, si tratta di una cattiva traduzione dall’inglese, dove “parent” significa genitore: pertanto la dizione esatta sarebbe “scuole genitoriali”.

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I bambini e la paura del buio
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Chi ha paura del buio?

Tutti i bambini del mondo hanno paura del buio ed anche gli adulti, se ripensano a quando erano piccoli, si ricordano i batticuore provato per qualche ombra nel buio o per qualche rumore sospetto. Molte paure poi resistono allo sviluppo psicofisico dell’adolescenza ed accompagnano le persone anche nella loro vita adulta.

Questo significa che la paura è un’esperienza piuttosto comune, ma proprio per questo, ha sicuramente un suo motivo di essere. Infatti la paura è a volte la nostra salvezza, perché ci permette di evitare i pericoli. Cosa potrebbero infatti combinare i nostri bambini tanto vivaci, se non avessero almeno un po’ di paura?
Capita però che a volte le paure siano del tutto ingiustificate ed allora, più che di paure si parla di fobie.

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Perché i bambini hanno paura del buio?

Per varie ragioni. In primo luogo infatti essi si rendono scarsamente conto della realtà che li circonda e non capiscono ad esempio che quei rumori che emettono gli armadi di notte sono del tutto normali e dovuti agli assestamenti delle lastre di legno, in seguito agli sbalzi termici, o all’umidità… Il bambino non capisce tutto questo e quindi, nella sua semplificazione mentale, pensa che sia accaduto qualcosa di magico, di sovrannaturale, che genera apprensione perché pieno di mistero.

Un altro motivo per cui i piccoli hanno paura è che, da sempre, gli raccontiamo storie, o gli facciamo vedere programmi televisivi, che raccontano storie piene di mostri, fantasmi, lupi neri e così via. Ultimamente, anche nei cartoni animati si comincia a parlare di omicidi. E’ logico che la fantasia creativa dei bambini accoglie con curiosità queste storie di giorno, continuandoci a ricamare sopra per tante ore durante il gioco: quando arriva la sera però le cose cambiano e quelle storie avventurose e misteriose cominciano a mettere paura.

I bambini si spaventano inoltre perché pensano che i genitori, di notte, non possano proteggerli come di giorno: se dormono, chi li salverà dall’attacco dei cattivi di turno?

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Quanto influiscono i sogni?

Molto: i bambini che si svegliano dopo un incubo, con grande difficoltà capiscono che quelle immagini, quelle storie che l’hanno spaventato sono solo nella loro testa e non nella realtà. Per questo è necessario, in questi casi accendere le luci, far loro bere qualcosa di caldo, come un bicchiere di latte o una camomilla, ma soprattutto parlare loro di eroi positivi, o di storie divertenti.

Se il bambino è molto impressionabile però, bisognerebbe cercare di non esporlo a scene paurose ed anche evitare di parlarne in casa, ad esempio commentando episodi di cronaca nera visti nel TG.

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Cosa fare per aiutare un bambino che ha paura?

Occorre capire con chiarezza quali sono le paure del nostro bambino, facendosi spiegare nei dettagli cosa lo spaventa. Per esorcizzare le sue paure si potrebbero fare dei disegni, da colorare poi insieme, con gli acquarelli o con i pastelli: in questo modo lo stimolo ansiogeno perde le sue caratteristiche negative e diventa un innocuo gioco da fare insieme ai genitori.

Più i genitori si mostrano sicuri di sé, per niente spaventati, più il bambino riesce ad elaborare la sua paura ed a cacciare i mostri della notte dalla sua vita. Accendere una piccola luce notturna, tenere aperte le serrande se si vive in una zona luminosa, può essere di grande aiuto per i momenti più difficili.

Se neanche questo fosse d’aiuto, si può cercare di spostare i mobili della cameretta, con l’aiuto del bambino, per cercare di togliere gli oggetti che lo spaventano nel buio.

Infine, altra possibilità, prima di cercare un aiuto professionale, provare a stare accanto al bambino durante l’addormentamento o andando sul suo letto ogni volta che si sveglia, (per poi tornare sul proprio quando si è addormentato).

Questa mancanza di riposo può essere stressante per i genitori, ma se si alternano nel compito e lo portano avanti per un po’, diminuendo gradualmente il tempo da trascorrere sul lettino, si godranno il risultato di avere un figli* seren* ed equilibrat* da grande.

Un bell’investimento.

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Leggere i libri ai bambini piccoli
Leggere i libri ai piccoli li rende più intelligenti?

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Chi ha detto che è tempo sprecato leggere libri ai bambini piccoli? Condividere storie, parlare e cantare ogni giorno con i piccoli aiuta il loro sviluppo in molti modi.

Leggere e condividere storie ai propri figli piccoli può, ad esempio:

  • aiutare i bambini a conoscere i suoni, le parole e il linguaggio, e sviluppare le prime abilità di alfabetizzazione;
  • imparare a valutare libri e storie;
  • accendere la loro immaginazione e stimolare la loro curiosità;
  • sviluppare abilità sociali e comunicative;
  • aiutare a riconoscere la differenza tra “reale” e “fantastico”.

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Leggere storie ai bambini, peraltro, fa bene anche agli adulti: si imparano tante nuove cose e si impara a conoscere meglio il proprio figlio. Il tempo speciale dedicato alla lettura promuove il legame affettivo e aiuta a costruire il rapporto genitore-figlio.

Si può iniziare a leggere ad alta voce ai bambini in qualsiasi momento: prima lo si fa, meglio è. Ai bambini piace molto ascoltare storie mentre si trovano fra le braccia dei genitori e guardano le immagini sui libri.

Anche raccontare storie e filastrocche, cantare canzoni e strofe in rima è utilissimo per apprendere il linguaggio. Il bambino tuttavia non la prenderà come una cosa utile, ma come qualcosa di molto divertente!

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Oltre alle immagini relative alle storie raccontate sui libri di favole si possono mostrare ai bambini immagini artistiche, o della propria famiglia, e costruire su queste delle storie che lo possano interessare.

Se si conoscono delle lingue straniere, può essere una buona idea inserire parole che suonano diversamente per la medesima immagine.

Quando si possono leggere libri insieme ai figli? Molti genitori dicono di non averne il tempo. In realtà, oltre che prima di andare a letto, momento classico della lettura delle storie della buonanotte, questa attività può essere fatta mentre il piccolo è sul vasino, mentre si sta viaggiando in bus, in macchina, in treno, quando si è nel parco… Ogni momento è buono.

Sapere quando fermarsi può essere tanto importante quanto trovare il tempo leggere una storia. Se il bambino è stanco e mostra di voler fare qualcos’altro, è meglio non forzarlo. Il momento della lettura deve essere sempre piacevole e giocoso.

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Che libri scegliere?

Come regola generale, i bambini piccoli amano spesso libri, canzoni e storie in forma di filastrocca o in rima. Occorre scegliere inoltre libri non troppo lunghi, molto illustrati e che corrispondano agli interessi dei piccoli.

Un’altra buona idea è cominciare a frequentare presto le biblioteche e lasciare che il bambino possa scegliere il libro da leggere.

Alcune ricerche mostrano che i bambini che ascoltano le letture dei genitori sin dai 24 mesi hanno un vocabolario più ricco di coloro che ascoltano le letture cominciando dai 36 mesi.

Dunque, non c’è da perdere tempo!

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Photo by Arina Krasnikova: https://www.pexels.com/photo/mother-and-daughter-reading-a-book-6654141/

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