Psicoterapia e Depressione
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Psicoterapia come cura della depressione

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La depressione è una malattia mentale debilitante che affligge milioni di persone in tutto il mondo, influenzando profondamente il loro benessere emotivo, mentale e fisico. Sicuramente i farmaci possono essere un’opzione importante nel trattamento della depressione, ma la psicoterapia svolge un ruolo fondamentale nel fornire supporto emotivo, nel cercare di modificare i fattori scatenanti e sviluppare strategie di resilienza. In questo articolo, esploreremo il legame tra psicoterapia e depressione, esaminando i diversi approcci terapeutici e i loro benefici nel trattamento di questa condizione debilitante, purtroppo così comune e così sottostimata.

Cosa è la depressione?

La depressione è molto più di una semplice tristezza o dispiacere. È una malattia complessa che coinvolge una combinazione di fattori biologici, psicologici e ambientali.

Quali sono i sintomi della depressione?

I sintomi della depressione possono variare da persona a persona, ma comunemente riguardano sentimenti persistenti di tristezza, perdita di interesse o piacere nelle attività quotidiane, cambiamenti nell’appetito o nel sonno, stanchezza, sensi di colpa e bassa autostima.

Cosa è la psicoterapia?

La psicoterapia, un tempo chiamata “talking cure” (terapia della parola) consiste nell’incontro fra un individuo e uno psicoterapeuta, seduti in una stanza a parlare insieme. Essa permette di esplorare i pensieri, le emozioni e i comportamenti che contribuiscono alla depressione.

Quale è lo scopo della psicoterapia?

La maggior parte delle psicoterapie mira a promuovere una relazione tra terapeuta e paziente per aiutare quest’ultimo a identificare e superare i propri pensieri negativi e gli schemi comportamentali sbagliati.

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La psicoterapia può essere efficace contro la depressione?

Si, perché aiuta ad approfondire le possibili ragioni alla base dei propri vissuti depressivi e ad apprendere nuove abilità per reagire.

Chi fa psicoterapia non deve prendere farmaci?

Dipende dalla gravità della sua depressione: diversi studi suggeriscono che, nei casi più difficili, la combinazione di un antidepressivo con la psicoterapia sia l’approccio migliore, perché rende più efficace la terapia psicologica.

C’è una psicoterapia specifica per la depressione?

Ci sono diversi approcci terapeutici utilizzati nel trattamento della depressione, ognuno con obiettivi e tecniche specifiche.

Quali tipi di psicoterapia esistono?

Gli approcci più comuni alla psicoterapia sono i seguenti:

  • Terapia individuale :  questa modalità prevede un lavoro individuale tra paziente e terapeuta. Il limite è che il terapeuta non può osservare il paziente all’interno delle relazioni sociali o familiari.
  • Terapia familiare :  questo approccio è particolarmente utile quando è necessario lavorare sulle dinamiche all’interno del gruppo familiare. La terapia familiare può essere particolarmente utile per bambini e adolescenti .
  • Terapia di gruppo :  generalmente coinvolge da tre a 15 persone. Offre a tutti l’opportunità di dare e ricevere supporto  nell’affrontare problemi particolari e offre ai terapeuti la possibilità di osservare come i partecipanti interagiscono in contesti di gruppo. Può anche essere un’alternativa meno costosa alla terapia individuale.
  • Terapia di coppia :  questo tipo di terapia è orientata verso le coppie che desiderano superare una crisi o migliorare il loro funzionamento come coppia.

In che cosa consiste la terapia cognitivo-comportamentale?

Al centro di questo approccio terapeutico c’è l’idea che i nostri pensieri possano influenzare le nostre emozioni. Ad esempio, se scegliamo di cercare il positivo che c’è in ogni esperienza, saremo più propensi a sentirci bene, invece di concentrarci solo sugli aspetti negativi.

Perché i pensieri negativi sono da combattere?

Perché possono contribuire ad aggravare una depressione. È difficile sentirsi bene quando ci si sente bloccati in un ciclo costante ed ossessivo di pensieri negativi. La terapia cognitivo comportamentale aiuta le persone a identificare modelli comuni di pensiero negativo (detti anche distorsioni cognitive e a trasformare questi modelli di pensiero negativo in ​​modelli maggiormente positivi, migliorando così il tono dell’umore.

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Quanto dura una terapia cognitivo comportamentale?

La terapia cognitivo comportamentale è solitamente di breve termine e focalizzata sugli obiettivi. Le sedute di terapia sono strutturate con un piano specifico per ogni seduta. C’è inoltre la pratica dei “compiti a casa” da fare al di fuori della terapia. Questa terapia di solito dura da sei settimane a quattro mesi.

Come funziona la terapia cognitivo comportamentale applicata alla depressione?

Mentre la componente cognitiva si concentra sui pensieri negativi che contribuiscono alla depressione, la componente comportamentale è incentrata sul cambiamento dei comportamenti che influenzano le emozioni. Un obiettivo centrale del trattamento comportamentale per la depressione è l’ attivazione comportamentale: questo significa aiutare i pazienti a impegnarsi in attività che miglioreranno la loro sensazione di benessere.

Quali sono i “compiti a casa” durante una terapia cognitivo comportamentale?

Ad esempio tenere un diario, in cui annotare i singoli episodi affrontati fra una seduta e l’altra, praticare attività di rilassamento, leggere e documentarsi su temi specifici. La ricerca suggerisce che la terapia cognitivo comportamentale può essere efficace nel trattamento della depressione e può avere effetti duraturi che prevengono future ricadute dei sintomi depressivi.

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Come funziona la terapia psicodinamica nella cura della depressione?

La terapia psicodinamica, o psicoanalisi, presume che la depressione possa verificarsi a causa di conflitti irrisolti, di solito inconsci, spesso originati nell’infanzia. Gli obiettivi di questo tipo di terapia sono che il paziente diventi più consapevole delle sue emozioni e sentimenti, in modo di orientarli in una direzione utile per il suo benessere.

La terapia psicodinamica tende ad essere meno focalizzata ed è di lungo termine. Questo approccio può essere utile per trovare legami con le esperienze passate e vedere come quegli eventi potrebbero contribuire ai sentimenti di depressione. Questo approccio può anche essere utile per costruire la consapevolezza di sé e aumentare determinate capacità emotive.

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Quali miglioramenti aspettarsi dalla psicoterapia?

La psicoterapia può offrire una serie di benefici nel trattamento della depressione:

  • Riduzione dei Sintomi: riduzione dei sintomi e acquisizione di strumenti per affrontare il malessere emotivo e migliorare il funzionamento quotidiano.
  • Prevenzione delle Ricadute: identificazione dei fattori scatenanti della depressione e sviluppo di strategie efficaci per prevenire future ricadute.
  • Miglioramento della Qualità della Vita: miglioramento della autostima, dele relazioni interpersonali e della soddisfazione generale nella vita.

Come cercare uno psicoterapeuta?

Trovare uno psicologo o un terapeuta può essere scoraggiante, ce ne sono così tanti tra cui scegliere, da non sapere dove iniziare. Il suggerimento è quello di leggere il curriculum sul sito web del terapeuta e scoprire quali sono le aree di competenza e da quanto tempo esercita. Ad esempio, un terapeuta può specializzarsi in consulenza di coppia o familiare, mentre un altro può essere un esperto in abuso di sostanze, anche se entrambi possono, ad esempio, essere abili nel trattamento della depressione.

Quando ci si sente pronti per fare una seduta con il terapeuta prescelto, è importante vedere se ci si sente effettivamente a proprio agio nel continuare il lavoro da fare insieme. La psicoterapia, infatti, dovrebbe essere un luogo sicuro e di supporto, dove sentirsi a proprio agio nell’aprirsi e nel condividere i propri pensieri e sentimenti.

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Il Verdetto di Dodo e l'efficacia terapeutica
Il Verdetto di Dodo e l’efficacia terapeutica

Il Verdetto di Dodo e l’efficacia terapeutica

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Nel vasto panorama della psicoterapia e della salute mentale, una questione molto dibattuta è quella rappresentata dal cosiddetto “Dodo Bird Verdict”.

Questo termine, coniato dallo psicologo americano Saul Rosenzweig nel 1936, si riferisce all’osservazione che in molti studi clinici, diverse forme di terapia sembrano avere un impatto simile sui risultati del trattamento, indipendentemente dalla specifica tecnica utilizzata.

La metafora prende spunto dalla storia di Alice nel Paese delle Meraviglie, in cui l’uccello Dodo dichiara, alla fine di una corsa intorno a un lago, che “tutti hanno vinto e tutti devono avere premi”.

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Origini e significato del Verdetto di Dodo

Il Verdetto di Dodo ha suscitato dibattiti accesi tra gli psicoterapeuti e i ricercatori, poiché solleva importanti domande sulla natura e l’efficacia della terapia.

In molti casi, gli studi hanno dimostrato che non è tanto la specifica metodologia terapeutica ad essere determinante per il successo del trattamento, ma piuttosto fattori comuni a molte forme di terapia, come l’alleanza terapeutica, l’empatia del terapeuta e la fiducia del paziente.

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Implicazioni e critiche

Il dibattito sul verdetto dell’uccello Dodo prese il volo nel 1975 quando Lester Luborsky, Barton Singer e Lise Luborsky riportarono i risultati di uno dei primi studi comparativi che dimostravano poche differenze significative nei risultati tra le diverse psicoterapie. Questo studio stimolò una pletora di nuovi studi, sia in opposizione che a sostegno del verdetto di Dodo.

Molti studi conclusero che, effettivamente, la scelta tra diverse scuole di pensiero terapeutico fosse irrilevante, dato che ciò che contava di più era la relazione tra terapeuta e paziente, l’opportunità di discutere delle proprie preoccupazioni con un terapeuta esperto e comprensivo e la fiducia che il paziente riponeva in questa cura.

Tuttavia, molti studi si opposero a questa tesi, che non teneva in alcun conto le differenze individuali tra i pazienti e delle specificità dei loro problemi.

Esistono numerosi dati che suggeriscono che,  contrariamente alla teoria di Rosenzweig, le terapie non sono tutte uguali e alcune funzionano meglio di altre: questi dati, tuttavia, tendono a provenire da ricerche condotte dai sostenitori della terapia apparentemente superiore, lasciando gli scettici a concludere che le loro conclusioni non sono imparziali.

Ecco, nel dettaglio, le ricerche più importanti, a favore e contro il Verdetto di Dodo.

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A favore del Verdetto di Dodo

La “teoria dei fattori comuni” afferma che se alcune terapie in psicologia sono ugualmente efficaci, è a causa dei fattori comuni che esse condividono. Gli agenti causali più importanti nel trattamento sono i fattori comuni; le tecniche specifiche che sono uniche per le strategie di trattamento hanno un’importanza minore.

Esistono ricerche a sostegno della teoria dei fattori comuni, in particolare riguardo all’interazione paziente-terapeuta, chiamata anche “alleanza terapeutica”.

Un articolo del 1992 di Lambert ha dimostrato che quasi il 40% del miglioramento in psicoterapia deriva da queste variabili cliente-terapeuta.

Altri ricercatori hanno analizzato ulteriormente l’importanza delle variabili paziente-terapeuta nel trattamento, scoprendo che il miglioramento nel paziente era dovuto a fattori extraterapeutici, ad esempio ai processi mentali dei pazienti.

I dati mostrano che i pazienti con atteggiamenti maggiormente positivi avevano maggiori possibilità di sperimentare un miglioramento clinico, indipendentemente dalle azioni del terapeuta.

Inoltre, in una meta-analisi di molti studi di psicoterapia, Wampold et al. 2002, hanno riscontrato che il 70% della variabilità nell’esito del trattamento era dovuta all’alleanza terapeutica mentre il 10% della variabilità era dovuta ad un trattamento specifico.

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Anche l’atteggiamento del terapeuta è un agente causale molto importante nel cambiamento positivo del paziente. Najavits e Strupp (1994) hanno dimostrato che un terapeuta positivo, affettuoso, premuroso e genuino genera differenze statisticamente significative negli esiti dei pazienti.

Wampold et al. 2002, hanno anche scoperto che quasi il 70% della variabilità nell’esito del trattamento era dovuta all’atteggiamento del terapeuta verso l’efficacia del trattamento.

I ricercatori hanno studiato in dettaglio i fattori comuni. Grencavage e Norcross (1990) hanno identificato 35 fattori comuni nelle fonti pubblicate. I fattori comuni identificati sono stati classificati in cinque gruppi principali: caratteristiche del cliente, qualità del terapeuta, processi di cambiamento, strutture di trattamento ed elementi relazionali. Esempi di alcuni dei fattori comuni inclusi in queste ampie categorie sono la persuasione, il contesto di guarigione, il coinvolgimento, l’uso di rituali e tecniche, la suggestione e l’apprendimento emotivo.

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Contro il verdetto di Dodo

In opposizione al verdetto sull’uccello Dodo, ci sono studi che dimostrano che alcuni trattamenti producono risultati migliori per particolari disturbi rispetto ad altri trattamenti.

La prova più convincente contro il verdetto dell’uccello Dodo è illustrata dalla ricerca condotta sui disturbi d’ansia. Molti studi hanno riscontrato che modalità di trattamento specifiche sono utili nel trattamento dei disturbi d’ansia, in particolare la terapia cognitivo comportamentale (CBT).

La CBT utilizza tecniche sia della terapia cognitiva che della terapia comportamentale per modificare pensieri e comportamenti disadattivi.

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Il ruolo della ricerca futura

Gli studi futuri potrebbero concentrarsi sull’individuazione dei fattori comuni che portano al successo terapeutico, così come all’identificazione delle differenze tra i vari approcci e una maggiore comprensione di quali pazienti possano beneficiare maggiormente da ciascuno di essi.

Il Verdetto di Dodo rimane un concetto intrigante nel campo della psicoterapia, evidenziando l’importanza della relazione terapeutica e dei fattori comuni nella promozione della salute mentale. Tuttavia, è necessario continuare a condurre ricerche approfondite per comprendere appieno come migliorare l’efficacia delle terapie e adattarle alle esigenze individuali dei pazienti.

Indipendentemente dal fatto che alcune psicoterapie siano o meno ugualmente efficaci, studiare i punti in comune tra i trattamenti può portare a una migliore comprensione del motivo per cui i trattamenti sono efficaci.

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Disturbo schizotipico di personalità
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Cosa è il disturbo schizotipico di personalità?

Il disturbo schizotipico di personalità (DSP o StPD, dall’inglese schizotypal personality disorder) è un disturbo di personalità classificato nel cluster A del DSM-5.

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Cosa è un disturbo di personalità?

Un disturbo di personalità indica manifestazioni di pensiero e di comportamento “disadattivi” che si manifestano in modo pervasivo. Questi pensieri e comportamenti disadattivi diventano un “disturbo” nel momento in cui tali manifestazioni sintomatologiche causano un disagio clinicamente significativo.

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La persona si rende conto di avere un disturbo di personalità?

No, questi disturbi sono generalmente “egosintonici”, cioè la persona considera i propri sintomi come tratti peculiari della propria personalità, e non pensa si tratti di disturbi psicologici.

Come arriva all’osservazione dello psicologo una persona con un disturbo di personalità?

La persona viene spinta da altre persone ad andare da uno psicologo, oppure fa questa scelta in modo autonomo, in seguito al disagio causato da patologie in comorbilità (ansia, isolamento sociale e depressione, disturbi ossessivo-compulsivi, schizofrenia e psicosi in casi gravi).

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I pazienti con questi disturbi hanno un ritardo mentale?

Generalmente no: possono manifestare immaturità emotiva e psicoaffettiva, pur essendo intellettualmente normali e senza ritardo mentale.

Da cosa si originano i disturbi di personalità?

I disturbi di personalità sembrerebbero associati a eventi potenzialmente traumatogeni subiti in età evolutiva in soggetti geneticamente predisposti.

Quali sono i disturbi del gruppo A nel DSM-5?

I disturbi del gruppo A si riferiscono a pazienti con comportamenti “strani” o paranoici. I Disturbi di personalità del Gruppo A sono :il disturbo Schizotipico, il disturbo Paranoide, il disturbo Schizoide.

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Quali sono le caratteristiche del paziente con disturbo schizotipico?

Le persone con disturbo di personalità schizotipico mostrano in genere comportamenti insoliti, discorsi strani e credenze magiche. Spesso non si rendono conto che il loro comportamento è insolito o problematico.

Quale è la differenza fra disturbo schizoide di personalità e disturbo schizotipico?

Il disturbo schizoide di personalità (ScPD) è una condizione caratterizzata da un modello di distacco e disinteresse generale verso le relazioni sociali. Il disturbo schizotipico di personalità (STPD) porta le persone a provare disagio nelle relazioni personali, ma non mancanza di interesse per esse.
Inoltre, le persone con disturbo schizotipico hanno pensieri e comportamenti particolari, come il pensiero magico, mentre chi ha il disturbo schizoide di personalità no.


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Il disturbo schizotipico è diverso dalla schizofrenia?

Si: il disturbo schizotipico di personalità è distinto dalla schizofrenia perché le persone non hanno sintomi psicotici, come allucinazioni e deliri, che sono segni distintivi della schizofrenia.

Quando inizia questo disturbo?

Inizia negli anni dell’adolescenza, quando la personalità si sviluppa e matura ulteriormente.

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Quali sono i segni e i sintomi del disturbo schizotipico di personalità?

Una persona con disturbo di personalità schizotipico può avere molte difficoltà a formare relazioni strette e a mantenerle, a causa di un’interpretazione distorta delle interazioni sociali, oltre che di uno strano comportamento sociale.

Inoltre, questi soggetti possono:

  • Avere un’intensa ansia sociale e scarse relazioni sociali;
  • Non avere amici stretti o confidenti, ad eccezione dei parenti di primo grado;
  • Avere comportamenti particolari;
  • Fare pensieri e discorsi strani, come usare frasi eccessivamente astratte o concrete, o usare frasi e parole in modi insoliti;
  • Avere esperienze percettive insolite e credenze magiche, come pensare di avere speciali poteri paranormali;
  • Interpretare erroneamente situazioni o avvenimenti ordinari come aventi un significato speciale per loro (idea di riferimento);
  • Essere paranoici e sospettosi delle intenzioni degli altri;
  • Avere difficoltà a rispondere in modo appropriato ai segnali sociali, come mantenere il contatto visivo;
  • Avere una mancanza di motivazione e risultati insufficienti in contesti educativi e lavorativi.

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Come si arriva a una diagnosi di disturbo schizotipico, visto che il paziente non si rende conto dei suoi disturbi?

Poiché una persona sospettata di avere un disturbo schizotipico di personalità può non comprendere i propri sintomi, i professionisti della salute mentale spesso lavorano con la famiglia e gli amici della persona per raccogliere maggiori dettagli sui suoi comportamenti e sulla sua storia.

Il pazienti con disturbo schizotipico soffrono anche di altri disturbi?

Si. È molto comune per queste persone soffrire di altri disturbi, tra cui:

  • Disturbo d’ansia sociale,
  • Depressione,
  • Disturbo ossessivo-compulsivo,
  • Disturbo da uso di sostanze.

Come si cura il disturbo?

In genere si cura con un approccio farmacologico (farmaci antipsicotici – neurolettici a basso dosaggio)
La psicoterapia aiuta a far comprendere al paziente i pensieri e i comportamenti disfunzionali, fra cui il pensiero magico, paranoico o referenziale, per un suo migliore funzionamento sociale.

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