Freud era di destra o di sinistra?
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Sigmund Freud era un uomo profondamente ambivalente, soprattutto quando si trattava di politica. Le sue posizioni oscillavano tra simpatia e critica rispetto alle principali ideologie del suo tempo. Da un lato esprimeva assensi verso il socialismo, riconoscendo le ingiustizie della povertà e la necessità di combattere “contro la disuguaglianza della ricchezza”; dall’altro lo definiva incompatibile con la natura umana, mostrando un atteggiamento contraddittorio. In modo simile, sosteneva il sionismo – arrivando a far parte del consiglio fondatore dell’Università Ebraica – ma lo criticava contemporaneamente come “fanatismo infondato”.
Questa conflittualità emerge in modo particolare ne Il disagio nella civiltà (1930), la riflessione più ampia di Freud sui temi sociali e politici. Nel testo egli sostiene che la vita nella società è destinata a essere tragica: tutto ciò che l’uomo ottiene dalla vita collettiva, dalla sicurezza al senso di appartenenza, ha sempre come prezzo una quota di infelicità. In un certo senso, Freud non offre un’opzione politica coerente, ma una diagnosi sulla condizione umana.
Cerchiamo di saperne di più.
Freud era un pensatore politico coerente?
Freud non è mai stato un pensatore politicamente coerente. Le sue posizioni oscillavano tra simpatia e critica verso diverse ideologie. Da un lato riconosceva le ingiustizie sociali e comprendeva le ragioni del socialismo; dall’altro dubitava che una società più egualitaria potesse davvero eliminare la sofferenza umana. Anche nei confronti del sionismo mostrava un atteggiamento ambivalente, sostenendolo e allo stesso tempo criticandone gli eccessi. Questa instabilità rifletteva la sua visione più profonda della natura umana.
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Qual è l’idea centrale de “Il disagio della civiltà”?
L’idea centrale è che la civiltà nasce per proteggere gli individui, ma lo fa al prezzo della loro felicità. Le regole sociali e le istituzioni sono necessarie per evitare il caos, ma richiedono la repressione dei desideri più profondi, in particolare quelli legati alla sessualità e all’aggressività. Per Freud, questa repressione genera inevitabilmente insoddisfazione e disagio permanente.
Perché la società genera sofferenza secondo Freud?
Freud sostiene che la vita in società richiede il controllo degli impulsi fondamentali dell’essere umano. Le pulsioni legate all’amore e alla distruzione devono essere in parte contenute per garantire la convivenza. Questo processo di repressione, però, non elimina i desideri, ma li sposta e li trasforma, creando tensioni interiori che si traducono in infelicità diffusa. La civiltà, quindi, è allo stesso tempo necessaria e fonte di sofferenza.
Secondo Freud il disagio umano nasce da un paradosso fondamentale: le stesse regole che rendono possibile la convivenza sociale sono anche quelle che reprimono i desideri più profondi. Le pulsioni legate all’amore e alla distruzione devono essere controllate affinché la società non cada nel caos. Questo processo di repressione genera infelicità permanente. La civiltà non nasce da un accordo razionale, ma da una rimozione dei desideri primari, che continuano a esistere sotto la superficie della razionalità.
Freud arrivò così a una visione tragica dell’esistenza: nessun sistema sociale, per quanto avanzato, può eliminare la sofferenza umana. Anche i miglioramenti tecnologici o materiali portano con sé nuove forme di disagio. Per questo motivo definì illusoria l’idea comunista di una società senza conflitti. L’unico obiettivo possibile non è la felicità, ma una maggiore consapevolezza delle proprie contraddizioni, che può rendere la sofferenza più sopportabile.
È possibile una società senza disagio?
Per Freud, no: non esiste una società completamente felice. Anche i sistemi politici più giusti o avanzati non possono eliminare la natura conflittuale dell’essere umano. Le trasformazioni sociali possono cambiare le forme del disagio, ma non la sua presenza. In questo senso, ogni promessa di felicità totale attraverso la politica viene considerata da Freud un’illusione.
È possibile leggere Freud in modo ancora più radicale: non solo come interprete della politica, ma come pensatore della condizione umana. Secondo questa lettura, la vita non è semplicemente segnata dal rapporto tra individuo e società, ma da una più profonda instabilità fatta di ambiguità, contraddizioni e incertezze senza via d’uscita. Anche lo stile di Freud riflette questa visione: il suo discorso non procede in modo lineare, ma attraverso digressioni, dubbi e persino contraddizioni esplicite. Il disagio nella civiltà non serve quindi solo a interpretare la politica contemporanea, ma a descrivere un senso di disorientamento permanente che caratterizza l’esperienza umana.
Dr.ssa Giuliana Proietti
Psicologa • Psicoterapeuta • Sessuologa Clinica
Oltre 30 anni di esperienza nel supporto psicologico e relazionale. Percorsi terapeutici personalizzati orientati al cambiamento concreto e al benessere duraturo.
Freud apprezzava il socialismo?
Sigmund Freud era un uomo ambivalente, soprattutto quando si trattava di politica. Espresse simpatie per il socialismo (“chiunque abbia assaporato le miserie della povertà”, scrisse, può capire perché è necessario combattere “contro la disuguaglianza della ricchezza”). In altri scritti, tuttavia, sostenne che il socialismo fosse antitetico alla natura umana, mostrando un atteggiamento interno alla contraddizione piuttosto che una scelta ideologica definita.
Cosa ne pensava del sionismo?
Freud sostenne il sionismo, arrivando a far parte del consiglio di fondazione dell’Università Ebraica. Allo stesso tempo, criticò il movimento definendolo un “fanatismo infondato”, rivelando ancora una volta la sua posizione ambivalente verso le identità politiche e religiose.
In quale opera Freud parla più spesso di temi politici?
Nel libro Il disagio nella civiltà (1930) Freud offre la riflessione più ampia sulle questioni politiche e sociali. Discutendo di religione, tecnologia, odori corporei e limiti della convivenza, conclude che la vita nella società è destinata a essere tragica: qualunque cosa le persone guadagnino dalla civiltà organizzata – dalla sicurezza al senso di appartenenza – tutto questo arriva sempre al prezzo dell’infelicità.
Queste idee hanno ispirato nel tempo molti lettori, dai marxisti ai conservatori cristiani alle femministe. Spesso si è riconosciuto in Freud una spinta a riconoscere la complessa relazione tra psicologia e politica, in particolare su economia, potere e gerarchie sociali.
Perché Freud e Marx vengono spesso associati?
Freud e Marx vengono spesso associati perché, ognuno nel proprio campo, incarnano una spinta utopica che ha contribuito a grandi conquiste sociali e individuali nella prima metà del Novecento. Mentre Marx analizza l’alienazione nel sistema capitalistico, Freud studia la sofferenza che nasce dalla repressione pulsionale; entrambi descrivono una condizione patologica dell’uomo moderno, che non è solo un problema individuale ma un problema strutturale della civiltà.
Il femminismo deve qualcosa a Freud?
Il femminismo deve qualcosa a Freud, ma in modo ambivalente. Prendendo spunto dai concetti della psicoanalisi, le teorie femministe hanno spesso cercato di ribaltare il senso di alcune interpretazioni freudiane, là dove, secondo molte autrici, i pregiudizi sulle donne dell’uomo Freud hanno preso il sopravvento sulla ricerca scientifica. In questo modo, il femminismo ha usato Freud per criticarlo, mostrando che la sua lettura del corpo femminile e della sessualità era spesso improntata a una visione patriarcale.
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La psicoanalisi contiene in sé elementi socialmente rivoluzionari?
Secondo storici come Eli Zaretsky, la prima psicoanalisi porta in sé elementi socialmente rivoluzionari e libertari. Nella visione di Zaretsky, la psicoanalisi ha agito come un uragano sulle società dei primi decenni del XX secolo, contribuendo a cambiare costumi, cultura, società e, inaspettatamente, anche l’economia. Con la psicoanalisi, per scoprire la propria vera identità, l’essere umano non doveva più appoggiarsi alla posizione sociale, alla famiglia d’origine o al posto di lavoro, ma alla propria vita interiore, al proprio Io.
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La psicoanalisi può aver contribuito a creare il consumismo moderno?
Secondo Eli Zaretsky, sì. L’individuo freudiano – alla ricerca del proprio benessere interiore e della felicità – coincideva perfettamente con la figura del consumatore moderno. Con le sue teorie e con il famoso divano, Freud permetteva alle persone di “indossare” la propria interiorità, proprio come le industrie producevano oggetti e status symbols che esaltavano quelle individualità.
Nel periodo in cui Ford costruiva le prime catene di montaggio e Taylor organizzava tempi e metodi di lavoro, gli operai andavano incontro all’alienazione ma potevano consolarsi accedendo ai consumi di massa. Freud, analizzando le storie private dei suoi pazienti, li spingeva verso la ricerca del benessere individuale; le industrie cercavano invece consumatori disposti a spendere e a consumare per sentirsi più felici. Così, come Max Weber aveva collegato il capitalismo ai valori del protestantesimo, Zaretsky vede un’alleanza inconsapevole – ma oggettiva – tra psicoanalisi e fordismo.
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Freud fu anche ispiratore dei movimenti del 1968?
Assolutamente no. Negli anni sessanta avvenne un vero e proprio cambio di paradigma: la rivoluzione culturale di questo periodo andava contro la vita privata (“Il personale è politico” era uno degli slogan più noti). La psicoanalisi fu messa sotto accusa dagli studenti, dalle femministe e dagli omosessuali, tutti i quali vi trovavano concezioni profondamente antiche e sbagliate.
A partire dagli anni settanta la psicoanalisi cominciò a perdere consensi, soprattutto perché erano nate altre psicoterapie e nuovi movimenti carismatici che avevano sfidato il modello freudiano, come il femminismo, la controcultura e il movimento gay. In questo senso, Freud non è stato l’ispiratore del 1968, ma è stato messo in discussione proprio da chi voleva rivoluzionare la società e la soggettività.
Come viene interpretato Freud dai pensatori successivi?
Il pensiero di Freud ha generato interpretazioni molto diverse. Alcuni autori marxisti hanno visto nelle sue idee una critica implicita al capitalismo, sostenendo che la sofferenza derivi soprattutto dalle condizioni economiche e lavorative. Altri, invece, hanno usato Freud per difendere le società liberali, argomentando che esse rappresentino il miglior equilibrio possibile tra libertà individuale e ordine sociale. In entrambi i casi, Freud diventa un punto di partenza per riflettere sulla politica moderna.
Freud offre una soluzione ai problemi della civiltà?
Freud non propone una vera e propria soluzione ai problemi della civiltà. Il suo approccio è più diagnostico che terapeutico. L’unica possibilità che intravede è una maggiore consapevolezza dei meccanismi psicologici che generano il disagio. Attraverso la psicoanalisi, l’individuo può comprendere meglio le proprie tensioni interiori, ma non eliminarle. La sofferenza diventa quindi una condizione strutturale dell’esistenza umana.
Qual è il messaggio più attuale di Freud oggi?
Il messaggio più attuale di Freud non riguarda una teoria politica specifica, ma la consapevolezza della complessità umana. Freud mostra che la realtà sociale non può essere ridotta a schemi semplici o soluzioni definitive. Le crisi contemporanee, dalle disuguaglianze ai conflitti globali, possono essere lette anche come espressione di questa tensione permanente tra desiderio e limite, tra libertà e regola, tra individuo e collettività.
Dr. Giuliana Proietti
Fonti principali:
Freud and the Miseries of Politics
Il disagio nella civiltà – Psicolinea

Giuliana Proietti – Psicoterapeuta e Sessuologa Clinica
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